Versos Italian Andrea Maffei Napoleone a Bologna di Francia

Italian poem

Napoleone a Bologna di Francia

by (1798–1885)

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... E circonfuso Nel manto dello spirto ancor m’intesi, E sospinto di novo ad indefesso Rapidissimo volo. Il continente Già spariami dagli occhi ed ogni suono Di viva creatura era già muto. Ma i silenzi rompea di quella fiera Solitudine il solo ed uniforme Fragor dell’onde che selvagge e vaste Or s’apriano allo sguardo in un abisso Spaventoso, infinito, ora sorgendo Prendeano di nembose alpi l’aspetto, E n’uscia di tal vista uno sgomento Simile a quel terror che ne propaga L’eternità. Né meta aver parea Quell’arcano viaggio. Il lume al bujo Succedea di continuo, ed or l’aurora Corruscavami innanzi e dietro a quella, Per sentier di zaffiri e di piropi, L’aureo cocchio del sol che temperato Dal vapor mattutino il mar vestìa D’una fiamma sanguigna, e noi d’un fiume Abbagliante di raggi, ed or vedea Rabbujarsi il convesso e torreggiando Nube a nube affoltarsi, e sulla faccia Dell’universo declinar la notte, E sentìa lo stormir degl’ippogrifi Aggiogati al suo carro e l’agitarsi Delle orribili penne e delle giubbe. Poi la luna e le stelle uscir dall’ombre, E danzanti nel voto argentei lumi, E piovere da quelli una dolcezza Di quïeto splendor sui tenebrosi Campi che trasvolando io percorrea. Ed ecco biancheggiarmi, in nebulosa Lontananza confuso, un breve punto Che sorgea da’ mairosi irradiati Dal fioco lampo della luna «Oh giunti Siam noi?» Richiesi la spiral mia guida. E quella: «In poco d’ora. Andiam! mi segui!» E lieve lieve ripiegar sentìa Per l’inospite lido il portentoso Manto che ne traea per tanto cielo Come un plaustro dì nembi. E fuor dell’acque Una rupe solinga ergea la cresta, E null’altro che mare, interminato Mare, in cerchio diffuso, a tergo , a fronte M’affaticava le pupille; un lido, Una costa virente al desolato Emisperio di flutti invan chiedea. Ruinata dal cielo in quel profondo Parvemi la scogliera, e congiurate Tutte l’onde marine, ad ingojarla, Inferocite le batteano i fianchi; Ed ella si ridea dell’indefesso Romoroso travaglio, e non curante L’eterna rabbia consumar lasciava; Perché Dio la vi pose, e fino al giorno Che non ha sera, vi starà. Posava Sul vertice un feretro, ed una spada, Unico fregio, risplendea su quello. V’era un lauro vicino e fulminato Dalla fiamma del ciel, sicché diviso N’era il gran ceppo che pur or mandava Vigorose ed altere al ciel le braccia. E benché fulminato ancor vivea; Verdeggiavano ancor gl’infranti rami Di mirabile fronda, e la bufera, Cui parea dal destino abbandonato, Non isterpava le cupe radici, Che l’Eterno vi fisse acciò rimanga Ne’ secoli futuri un monumento Di severa giustizia. Un regio scettro, Un diadema spezzato ed una vesta Di candido armellino, illustri insegne Di tirannia, giaceano al suol confuse, E là disperse dalla man del fato Come a deriso dell’estinto. Io vidi Scolorata la porpora, bruttati Quei simboli pomposi e folgoranti D’una grandezza che cessò. Ti debbo Questo loco nomar? (la mia fedele Scorta proruppe). «I simboli spiegarti Miserabile fregio a questo avello?» «Taci, taci!» risposi; ed un ignoto Sentimento d’angoscia al cor mi scese. «Dunque io premo la gleba ove riposo L’ossa tue ritrovar? le tue superbe Ossa che tutta sbigottîr la terra Mentre le governava il tuo pensiero? Dunque un povero lume a te non resta Dell’immenso splendor che ti diffuse? Il tuo trono è sovverso, in brani è l’ostro Che sì tenace t’avvolgea, distrutte Le tue cento corone, e fin l’alloro Dal fulmine sfrondato. Il tuo cruento Ferro soltanto sull’avel riposa, Sul avel che dai turbini percosso Preme un orrido scoglio in mezzo all’onde. Derelitto qui giaci ed incompianto… Dunque alcun non t’amò? ... L’addio prendevi Dalla vita mortal sulle tremende Soglie dell’immortale, e nelle fronti Che ti stavano intorno invan cercavi Qualche nota sembianza... ed ahi! Nessuno Della turba infedele a cui gittasti Le corone e gli scettri allor t’apparve! Nessuno al raggio del cadente sole S’accostò degli antichi astri seguaci! Il tuo spirto affannoso in un lamento Passò l’arcana soglia, ed un’amara Lagrima gli occhi nel signor ti chiuse. Straniere mani composero in croce Sul tuo petto le tue... ma chi la prece Sulla tua spoglia mormorò? Nessuno Ti fu pio d’una lagrima? Nessuno Confortò d’un sospiro il grande estinto?» «Ma nol piangi tu stesso?» (I1 mio severo Condottier m’interruppe) e non sussurri Cari detti di pace e di perdono? L’uom che seguo fu posto alla bestemmia Dell’indignata umanità, che tuona Fino a questo dell’orbe angolo estremo L’orrendo grido della sua vendetta, Questi al pianto ti muove? e fai preghiere Quando un eco di rabbia si solleva Dalle quattro del mondo avverse plaghe? Se ti vinse il baglior della sua vita, Pensa, o debole core, al suo tramonto! «Piango (così risposi a quell’acerbo) Piango su questo avel, perché m’irrita La spregiata, vulgare, abbietta ciurma. Finché visse quel forte incoronato Della sua gloria, si piegar costoro, Come vermi fangosi, entro la polve; Né per ciò che l’opima India rinserra Avrebbero bisbiglia una sommessa Paroletta di biasmo; ed or che sparve La meteora fatal dall’orizzonte, Sorgono dalla melma, e sull’antico Fulminato Titano inverecondi Gettano a prova la vergogna... i vili Che fastosi recar le sue catene! Odïarlo, o malnati, era concesso, Ma la codarda irrision non giunge All’altezza sublime ove s’assise; Un turbine egli fu che dall’eterno Trono discese a ripurgar la terra, E fe’ chiaro ai mortali onde venia. Dunque al suol le ginocchia, o sciagurati, Che baciaste tremando i suoi vestigi Quand’ei della divina ira ministro Sovra il capo vi stette. Egli non cadde Per umana virtù, ma quella possa Che dalla polve l’innalzò, di nuovo Nella polve lo stese, e voi potete Voi millantarvi della gran caduta? Io che strinsi l’acciar nella battaglia Contro il forte felice, al forte in ceppi Non insultai». Del lauro, in questo dire, Svelsi un picciolo ramo e lo mi chiusi Per ricordo nel seno. Oh m’ allontana, M’allontana di qui! fuggiam da queste Lagrimevoli spiagge! (al mio custode Così gridai) Qual altra umana sorte Sarà degna di pianto, ove nol sia Questo prosteso dalla man divina. Perché cieco di gloria, inebbriato Della sua vasta ambizion si rise Dell’umana natura? Oh via! fuggiamo Solleciti di qui, dalle reliquie Della stella consunta.