Versos Italian Antonio Ottoboni Schiere tumultuanti

Italian poem

Schiere tumultuanti

by (1646–1720)

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SChiere tumultuanti Di molesti pensier, deh non turbate Dell’alma mia la placida quiete: Flutti d’Adria spumanti, Tornate in calma, e d’agitar cessate Quel, ch’a voi s’abbandona, amico abete. Perchè mai tanta sete Del suo naufragio, or che pe’ rischi estremi Ei non cerca il favor di vele, e remi? Lottò colla tempesta Lunga stagion, non folle ardir, ma solo La sua innocenza intrepida e sicura; Per lui l’ancora è questa, Questa è per lui la Cinosura e il Polo, E fuor, che questo Porto, altro non cura. Duri pur la sventura: Ma si dilegui il nembo, e cessi il vento, Che di perire in calma egli è contento. Tra voi, dilette sponde, Ei posar brama anche strucido e infranto, Ne di più esporsi a navigar gli cale: Baceran le vostr’onde Le sue lacere sarte, e avrà per vanto Di risarcir nel grembo vostro il male. Ei ben sa, ch’il fatale Travaglio, opra sol fu degli Euri infidi; Ne dà nome di scoglj a i vostri lidi, Lidi beati e cari, Sovra voi galleggiò la mia Fortuna Per comun ben, quando Alessandro nacque Poi benefici al pari Voi lattante portaste in nobil cuna Il mio Figlio bambin sulle vostr’acque. In voi veder mi piacque Scolpiti gl’Avi miei da fabbro industre, Ed ornato me pur di Toga illustre. Ma poi (lasso!) qual strano Tessalo incanto intorbidò le pure Vostr’acque, e annuvolommi il Ciel natìo? Mi respinse lontano Eolo sdegnoso, e tra quell’ombre oscure Più non trovai la mia Consorte, ond’io Piansi, e ricorsi a Dio, Che pur salvommi, e dal mortal periglio Mi rispose sul Tebro in braccio al Figlio. Ditemi, sponde amate, Qual delitto commisi, e come, e quando Nontra il vostro voler sciolsi la prora? Cella mia verd’etate Mi vide il Serio in marìal comando, Mi vide il Brembo, e il Feltrio Colle ancora; Tra voi la mia dimora Oziosa non fu quand’io se lea O nella Curia, o nel sedil d’Astrea, Ah che il Ciel mi punisce D’altre mie colpe, e non la Patria: il vostro Impeto non è vostro, Onde innocenti. Troppo fastoso ardisce Vantare il Germe mio Camauro, ed Ostro; Troppo chiari si fero i fausti eventi. Dalle moli eminenti Si tolse all’altre il lume; e a quel che giace Basso tetto vicin, l’ombra non piace. Insolito costume E però, che quaggiù duri per sempre Furiosa tempesta, o lieta calma: Succede all’ombra il lume, E dona il Ciel col variar di tempre Or’alle nevi, ed ora a i fior la palma: Nell’organica salina» Segnir veggiam con vicendevol sorte Vecchiezza e gioventù, natale e mortc. Sol per me par, che duri Senza mia colpa il vostro sdegno eterno, E già ne’ rischi. incanutito lro. il pelo: Non v’è chi m’assicuri Nè men le tombe a vite, e non discerno L’avello, ove io deponga il mortal velo, Tu che volasti al Cielo. Mia dolce sposa, ah m’intercedi adesso; Ch’almeno in morte io ti riposi appresso. Che più bramate, o fieri Aquiloni da me? Che pretendete Da nave mezza infranta, e quasi assorta Sull’ali de’ pensieri Alle private sue semplici mete, Lunge dal fasto, il mio desir la porta: Gli si appiani là corta. Strada, onde torni in sull’amica sponda; E perdono gli oltraggi al vento e all’onda.