Versos Italian Antonio Ottoboni Vanità dei pensieri

Italian poem

Vanità dei pensieri

by (1646–1720)

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VAnità dei pensieri Non sfuma più dal fervido desio, Che la fce d’Amor mi accese in petto: De i deliri leggieri Si ricorda, e si lagna il pensier mio, E detesta con pena il suo diletto. Vissi ad Amor soggetto Sin ch’ebbi biondo il crime, or ch’è canuto; Del falso Nume anco i favor rifiuto. Ah se tornasse al Mondo Quella a Troja fatale Elena Greca, Specchiando il volto al consiglier cristallo, Sgriderebbe l’immondo Suo Drudo pria, poi la sua mente cieca, Ch’assentir volle al memorabil fallo, Quel funesto Cavallo Quegl’incendj, que’ scempj ancor rammenta La viva istoria; e la bellezza è spenta. Del Sol, che nasce e muore, Della rosa che brilla e si scolora, Delle stagioni il variare alterno, Tolgan dal folle errore Chi alla sera non pensa in sull’aurora, E crede il giorno immobilmente eterno; Che il decreto superno La vicenda ordinò di beni e mali: Ci elesse il Ciel; ma ci creò mortali. Oh del fasto Latino Reliquie menarabili corrose Dal ferreo dente d’invido Saturno, Voi che sin del divino Titolo v’abusaste, all’oziose Genti or siete spettacolo notturno. Di scenico coturno La bugìa vi ravviva, e resta intanto Per memoria di voi qualch’arco infranto. Se un dominio sì vasto Distrusser gli anni, or che sarà de’ nostri Più ristretti e più tumidi comandi? Basi dell’uman fasto. Con inganno comun son gli ori, e gli ostri, O il temuto poter di scettri, e brandi; Ma voli il tempo, e mandi In figura visibile la Parca, Ecco il Vassallo umil saggio, il Monarca. Gioventù, nome vano S’anche in fasce l’uom muor, se muore adulto, Se dovunque egli sia, non è sicuro: Senno, coraggio, o mano Mai non trasser dall’urna un’Uom sepulto, Che regresso non ha quel centro oscuro. Il dir noi siam, quei furo, Non, è vanto, che duri: un soffio, un fiato Delle nostrc chimere è il fine usato. Sognò del Trace Orfeo La fantastica Lira Argivo ingegno, E mandò il suono suo sin nell’Abisso. Questa incantar poteo, Pluto sul soglio, e raddolcir lo sdegno Ne’ mostri inferni orribilmente affisso; Ma l’ordine prefisso Ruppe l’amante Sposo, e la Consorte Trovò tra le sue braccia un’altra morte. L’inesorabil Parca Sdegna scherzi di plettri, e cruda aborre Di pietà, di dolcezza il nome istesso. Tutti alla Stigia barca Egualmente ci spinge; altri vi corre, Altri più lento gli cammina appresso, E l’indugio concesso E caso, non pietà; ma pur ricusa Tal sorte chi mal vive, e se n’abusa Lidia, nel cui sembiante Ripartito negli occhi il Sol risplende, E porti nelle guance un doppiò Aprile: Sappi, che quel brillante Raggio ha pur, come il Sol, le sue vicende, E che nasce e tramonta a Iui sinile: Che non han vario stile Quei fior degli altri fior di Primavera Freschi vaghi il mattin, smorti la sera. Modera il fasto, e credi Che ’l Tempo edace ogni beltà divora, E per sottrarla al danno ogni opra è vana. Di preziosi arredi Cingila pure, e il volto tuo colora Con cinabro di Tiro, o carta Ispana: L’attenzione insana T’anticipa le rughe, e in pochi istanti Spariran col tuo Bello anche gl’Amanti. Oh con qual brio mio mi vide L’Adria nativa galleggiar per l’onde Snello Triton d’ogni Nereide in traccia! Ed or qual mi deride Ogni Ninfa del Tebro in sulle sponde, Nè mi aceoglie amorosa, anzi, mi scaccia! Ed io so, che la taccia Dall’età mi deriva, e lo comprendo, E dall’Adria gli error sul Tebro emendo.