Versos Italian Antonio Pucci Un gentiluom di Roma una fiata

Italian poem

Un gentiluom di Roma una fiata

by (1310–1388)

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Un gentiluom di Roma una fïata Si mosse per andar alla ventura. Su una gran pianura Trovò un ricco e nobile castello; Ma era sera, e fame gli è abbondata. E come giunse a’ fossi delle mura, Ei così alla sicura Dentro alle porte entrò, quel baron bello. E cavalcando si scontrò un donzello; E con gran reverenza il salutava, E poi il dimandava D’un buon albergo: ed egli rispondea Che in quel castello albergo non avea. — La cagion è che questo gran signore Che signoreggia il castello e ’l paese (Egli è tanto cortese!) Chiunque ci arriva vuole a sua magione, E fa a tutti quanti un grande onore. Questo ch’io dico è chiaro e ver palese. A tutti fa le spese, Chi si vol sia o di che condizione. Ma, non vi saprei poi dir la cagione, Busse e mazzate fa dar infinita A tutti alla partita. — Disse il Roman — Là mi conviene andare, Se mi dovessi tutto far fiaccare. — Al palazzo n’andava quel Romano. E quel signor, come l’ebbe veduto, A lui ne fu venuto, E disse — O gentiluomo, scavalcate; — E la staffa gli prese con sua mano. Lassollo fare il Roman, nè fu muto Rendergli un bel saluto. Disse il signore al Roman — Ben vegnate: Siete voi troppo lasso, o come state? — E fello a’ suoi famigli disarmare E ’l caval governare. Per man lo prese, e ’n sala l’ha menato Dov’era riccamente apparecchiato. Venuta l’acqua, e quel signor dicea — O gentiluom, andatevi a lavare. — Ed ei senza tardare Presto faceva il suo comandamento. Lavossi quel Roman come volea, E po’ in capo di mensa lo fe stare; E senza dimorare A fare i suoi comandi non fu lento. Mangiato ch’ebbon con suo piacimento, Vennono al tempo poi a un ricco letto. Disse il signor perfetto — O gentiluomo, entrate in questa sponda: — Ch’era dall’altra sua sposa gioconda. Ed ei v’entrò, nè fe al dir diviso: Ma quel signor da poi nel mezzo entrava, E così si posava. Al giorno chiaro ciascun s’è levato. Lavossi quel Roman le mani e ’l viso, E quel signor dell’acqua gli donava: Ei non gliel contrastava. Armossi tosto, e poi prese commiato. Ma poco fu dal castel dilungato, Che tornò in drieto con chiaro visaggio, E disse — O signor saggio, Perchè non mi hai tu fatto bastonare, Siccome agli altri sei uso di fare? — Disse il signor — Perchè non l’hai servito; Chè il mio comandamento hai tutto fatto. Ma egli c’è alcun matto Che vuol esser signor di casa mia: S’i’ dico — Togli, — i’ son mal ubbidito, Ma che io tolga ei mi risponde ratto; E par che sia di patto Che a ciò ch’io dico tengan questa via, E voglion pur del mio far cortesìa: Ond’io per questo gli fo gastigare. Tu hai saputo fare, Ch’a’ miei comandi non hai contradiato; E però non se’ stato bastonato. — Canzon mia, di’ — Chi non vuol bastonate; Chi arriva a casa altrui, ed egli piaccia; Quel che gli è detto, faccia, E faccial tosto senza far contese: Ch’egli è buono imparare all’altrui spese. —