Versos Italian Antonio Pucci Proprietà di Mercato Vecchio

Italian poem

Proprietà di Mercato Vecchio

by (1310–1388)

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I’ ho vedute già dimolte piazze per diverse città; ma de’ vicini vo’ ragionar, lasciando l’altre razze. Bella mi par quella de’ perogini, di molte cose adorna per ragione, e anche la fan bella i fiorentini; ma dell’altre città non far menzione; che, se ’l ti bisognasse per tuo scampo, trovar non vi potresti un testimone. Quella di Siena, che si chiama il Campo, par un catino, e di freddo di verno vi si consuma e di state di vampo. Ma queste e l’altre, se chiaro discerno, niente son di frutte e di bellezza e di ciò ch’alla gente dà governo appetto a quella che mi dà vaghezza di dirne in rima, perché in quella terra nacqui dov’ella a tutti dà allegrezza, cioè Firenze; e se ’l parer non erra, Mercato Vecchio nel mondo è alimento, sì che d’ogni altra piazza il pregio serra. Ond’io fermai il mio intendimento di raccontarvi con parole preste le proprietà che nel Mercato sento. E brievemente dico che son queste: che quattro chiese ne’ suo quattro canti e ’n ogni canto ha due vie manifeste. Artefici ha dintorno e mercatanti di più e più ragion: parte de’ quali raccontarò a voi, signor, davanti. Medici v’ha maestri a tutti i mali, e havvi pannilini e linaiuoli, pizzicagnoli v’ha e speziali; èvvi chi vende bicchieri e orciuoli, e chi alberga e dà mangiare e bere a più ragion di cattivi figliuoli. Fondachi grossi v’ha di più maniere ed èvvi la più bella beccaria che sia, di buona carne, al mio parere. E sempre quivi ha gran baratteria: contentanvisi molto e barattieri, perché v’è pien di lor mercatantia, cioè di prestatori e rigattieri, tavole di contanti e dadaiuoli, e d’ogni cosa ch’a lor fa mestieri. Ancor da parte stanno i pollaiuoli, forniti sempre a tutte le stagioni di lepre e di cinghiali e cavriuoli e di fagiani e starne e di capponi e d’altri uccelli, ch’al conte d’Isprecche si converrian, sparvieri e falconi. Sempre di più ragion vi stanno trecche: diciam di quelle con parole brutte, che tuttodì per due castagne secche garrono insieme chiamandosi putte: e sempre son forniti di vantaggio, secondo il tempo, i lor panier di frutte. E altre vendon uova con formaggio per far degli erbolati e delle torte o raviuoli o altro di paraggio. Appresso a queste son le trecche accorte, che vendon camangiare e senapina e d’ogni ragion erbe, dolce e forte. E contadin vi vengon la mattina a rinnovar le cose alle fantesche: ciascuna rifornisce sua cocina. Quando le frutte rappariscon fresche, vengon le foresette co’ panieri di fichi e d’uve, e di pere e di pesche: se le motteggi, ascoltan volentieri, e havvi di più belle che ’l fiorino, che recan fiori e rose di verzieri. Non fu giammai così nobil giardino come a quel tempo gli è Mercato Vecchio, che l’occhio e ’l gusto pasce al fiorentino. Non credo che nel mondo abbia parecchio, e ciò si pruova per vive ragioni: non voglia più chi del mio dir fa specchio. Or che ricchezza è quella de’ poponi che vendon que’ che soglion vender biada, perch’hanno pronte a ciò loro stazzoni! Ogni mattina n’è piena la strada di some, e di carrate nel mercato è la gran pressa, e molti stanno a bada. Gentili uomini e donne v’ha da lato, che spesso veggion venire alle mani le trecche e’ barattier ch’hanno giucato. E meretrici vi sono e ruffiani, battifancelli, zanaiuoli e gaioffi e i tignosi e scabbiosi cattani. E vedesi chi perde con gran soffi biastimar colla mano alla mascella e ricevere e dar dimolti ingoffi. E talor vi si fa colle coltella, e uccide l’un l’altro, e tutta quanta allor si turba quella piazza bella. E spesso ancor vi si trastulla e canta, perocché d’ogni parti arrivan quivi chi va gabbando e di poco s’ammanta. E, per lo freddo, v’ha di sì cattivi che nudi stan colle calcagne al culo, perché si son di vestimenti privi; e mostran spesso quel che mostra il mulo, pescando spesso a riposata lenza, perch’è ciascun di danar netto e pulo. Quando fa oste il comun di Firenza, quinci si traggon guastatori assai per ardere e guastare ogni semenza; esconne manigoldi e picconai, di cui la gente spesso si rammarca perché guadagnan pur degli altrui guai. Incoronati v’ha che della marca vengono a farsi caricar la schiena: beato quello a cui più spesso è carca! E quando i tordi son, sempre n’è piena la bella piazza, e certi gentilotti co’ dadi fanno desinare e cena: talor costan lor cari i boccon ghiotti, ché tal vincer si crede il desinare ch’accorda per altrui dimolti scotti. E pochi isdegnan quivi di giucare, quivi giuocan donzelli e cavalieri e rade volte sanz’essi, mi pare. Maestri v’ha di ceste e panattieri, rimondator di pozzi e di giardini, e di molte ragion cacapensieri. Recanvi, quand’è ’l tempo, i contadini di mele calamagne molte some da Poggibonisi e d’altri confini; e di più cose ch’io non dico il nome, di fichi secchi e pere carvelle, mele cotogne e ogni simil pome. Evvi chi vende taglieri e scodelle, chi vende liscio, ed èvvi il calzaiuolo che vende calze e cappelline belle; e ’l fabbro e ’l ferrovecchio e il chiavaiuolo e, quando è il tempo, molte contadine con pentole di latte fanno stuolo. Per carnasciale capponi e galline, partendosi dal viver tra le zolle, vengono a farsi a’ cittadin vicine. Di quaresima poi agli e cipolle, e pastinache sonvi, e non più carne, siccom’a santa Chiesa piacque e volle: erbette forti da frittelle farne, fave con ceci e ogni altra civaia, che di quel tempo s’usa di mangiarne. E poi, quando ne vien la Pasqua gaia, la piazza par che tutta si rinfreschi, che di giardini pare fatta un’aia: rinnuovansi e racconcian tutti i deschi, veggonsi pien di cavretti e d’agnelli e di castron nostrali e gentileschi; similemente vitelle e vitelli ed altre carni; e molti cittadini chi compera di queste e chi di quelli. Di più ragion v’arrivano uccellini, sì da tenere in gabbia per cantare, fruson per li fanciulli e passerini; e colombi e conigli per figliare; e donnole vi son, gatte e gattucci; e massarizie assai da comperare, botti, lettier, cassapanche e lettucci. Ed èvvi quella che accatta le fanti (pognàm ch’el non bisogni a Antonio Pucci). Del mese di dicembre i buon briganti, che quivi son, si ragunano insieme e chiaman un signor di tutti quanti. Quand’è fatto il signore, ciascun preme per farsi bel di robe e di cavagli, né allor paion colle borse sceme. Coll’aste in man, forniti di sonagli, armeggian per la terra, ognun sì gaio ch’ogn’altro par che di suo fatto abbagli. E poi il dì di calen di gennaio vanno in camicia con allegra fronte curando poco grisoppo o rovaio, e ’n sulla terza sopra ’l vecchio ponte, si fanno cavalier, gittansi in Arno dov’è dell’acqua più cupa la fonte. Qando bagnati son, com’i’ v’incarno, si ciban di cocomar per confetto, e poi tornano in piazza non indarno; ma con le trombe e con molto diletto ismontan da cavallo al fuoco adorno, che a lor costa poco nell’effetto, perchè da’ gintiluomini dintorno donato è lor legname e salvaggiume, vitello e polli, in così fatto giorno. Cacciato il freddo che recon del fiume, non barattieri paion, ma signori, andando a mensa con gentil costume: appresso v’ha dimolti sprendori, nappi d’argento v’ha da tutte bande, sonator di stormenti e cantatori, lesso ed arrosto con molte vivande; e poi di presentare e’ par cortese ciascun secondo che tra loro è grande. Poi ch’hanno desinato all’altrui spese (ché tutto viene di dono e di giuoco), ed e’ cavalcan veggendo il paese. Da quella sera in là fan sanza cuoco, perocché, forse per le borse vote, non è chi più per loro accenda il fuoco; ma ricomincian le «dolenti note», tornando al pentolin con tal tenore che ’n pochi dì sottiglian lor le gote; e posson dir: «nessun maggior dolore ch’a ricordarsi del tempo felice nella miseria», e ciò disse l’autore; ché dove avean capponi e pernice, la vitella e la torta con l’arrosto, hanno per cambio il porro e la radice. E quel ch’era signor si vede sposto: non fe’ maggiore istoscio Simon Mago ch’a lui pare aver fatto brieve e tosto; ché di signor si ritruova nel brago, non può soccorrer sé e non è soccorso, e dice «Ohmè, perché ne fu’ io vago?» Quando nel pane asciutto dà di morso e beve l’acqua, si reca a memoria che ber soleva il vino a sorso a sorso. Oh quanti della rota hanno vittoria per questo modo, che similemente iscendon dal trionfo a grande storia. Foll’è chi vuole oprar, signor, per boria.

Di questo Antonio Pucci fu poeta. Cristo vi guardi sempre in vita cheta.