Italian poem
O gloriosa e santa povertade
by Antonio Pucci (1310–1388)
O glorïosa e santa povertade, Come tu se’ da pochi cognosciuta E non cara tenuta Sì com’esser dovresti al parer mio; E perchè se’ vestita d’umiltate, Ciascun ti spregia, ciascun ti rifiuta; E s’alcun ti saluta, Fai con isdegno e non con atto pio ......... ......... E da lui in qua poi Pochi ne sono stati: ma di fresco Ben ti cognobbe il beato Francesco. Francesco t’abbracciò, e veramente Ti volle per sirocchia e per isposa Spregiando ogn’altra cosa, E sanza te non fece mai un passo: Po’ ch’egli vide che sicuramente Potìe con teco andare e stare in posa. Non ti tene nascosa, Nè parvegli per te venire in basso; E spesse volte faceva d’un sasso Con suo’ compagni la tavola, e ’l letto; E tanto avìa diletto Quanto era con teco, asciutto o molle; Nè viver sanza te un’ora volle. Volleti seco per ogni cammino Per ogni luogo dubbïoso e oscuro, Rendendosi sicuro Di te più che di mille cavalieri. Or qual fu sì feroce malandrino Ch’avesse il cor sì dispietato e duro, Che tu con quell’uom puro Del cor non gli traessi i ma’ pensieri? El trovò ben di que’ che volentieri, Se tu non fossi, rubato l’avriéno; Ma, come te vediéno, A dietro si volgevan con vergogna: Sì che temer con teco non bisogna. Non bisogna temer, dove tu sia, Di ladri nè di sorci o di tignuole; Chè ’l furo imbolar suole, E la tignola e ’l sorco guasta i panni. Sempre è sicura tua mercatanzìa, Perchè ciascun la fugge e non la vuole: Ed a me molto duole, Ch’e’ mi par che ciascun sè stesso inganni; Chè possendo aver posa vuole affanni, Cercando il mondo per mare e per terra Solo per farsi guerra; Ma tale el capital perde e ’l guadagno, Che sarìa franco essendo tuo compagno. Non vuol tua compagnìa e non vuol pace Con teco aver chi troppo s’affatica Ed hatti per nimica Nè vuolti mai vedere a sè a lato: Non ti cognosce; però gli dispiace Tua amistà, veggendoti mendica; E pure al mondo abica; Ma finalmente rimane ingannato. Perch’e’ mi par che tu facci beato Ciascun che fa con teco compagnìa: E che questo ver sia, Per molti santi padri si può dire, Che vollon teco vivere e morire. Molti t’appellan per nome miseria, E tu mi pari sopra ogni ricchezza: Ma chi così ti sprezza Non ti cognosce, come fe il Signore; Che se ti cognoscesse, sanza feria Ti pregherebbe con molta dolcezza Ed avrebbe vaghezza Di ritrovarsi teco a tutte l’ore, E non ti sdegnerìa, ma con amore T’abbraccerebbe ed alla mensa e a letto Amando con effetto Quel ben che è quasi odiato da tutti Ma non da chi cognosce i tuo’ buon frutti. Quando avëa le molte vivande Ed era di buon vini ben fornito, Perdeva l’appetito E non potìa dormire in su la piuma; Oggi a bisogno mangerei le ghiande, Berei dell’acqua per vin favorito, E poi così nodrito Nell’acqua dormirei sovra la schiuma: Così diviene a chi teco costuma: Ond’io per me t’accetto e vo’ per donna Di me, vita e colonna; Po’ che teco sto sano e gaglïardo, A Dio servendo sotto san Bernardo. Muovi, canzone, vanne a frate Duccio, Povero frate di Montuliveto, Che tutto quanto lieto Vive con quella di cu’ io ragiono; E raccomandagli Antonio di Puccio A cui ha fatto fare il tuo dicreto, E ’n palese e ’n secreto Gli di’ che ’n tutto al suo servigio sono; Poi gli reca alla mente il magno dono Che mi promise, quand’ebbe pietate Di mia avversitate; Ch’i’ ho tal fede in sua orazïone, Ch’i’ spero migliorar mia condizione.