Italian poem
Un torso
by Arrigo Boito
Quel torso era una Venere Che un arcaïco scalpello Creò ne’ suoi più fervidi Morsi d’amor col Bello;
Oggi, marmoreo enigma Dall’olimpico stigma, Di tant’arte non resta Che un busto senza testa.
Pur nelle tronche viscere La Dea non è ancor morta, Un’agonia di secoli La fece fredda e smorta, Ma nella nuda fibra Palpita, guizza, vibra, Quasi monco serpente, L’Eginetica mente.
Così le fece il genio Le piaghe sue più grame, E le eternò il martirio Di Mosca e di Bertrame. Pur colle rotte braccia Quel torso ancor m’allaccia, E al secolo che raglia Sembra cercar battaglia.
O monti! o cime candide Della serena Paro! Brezze marine! tremulo Irradiar del faro!
Autunni e primavere Dell’erme tue scogliere! Delle tue dolci dune Albe! tramonti! lune!
In alta pace estatica Tu là dormivi, o sasso, Nè a te giungeva l’alito Di questo mondo basso; Lenìan tua bianca grana Carezze di lïana, Ed albergavi il trillo D’un solitario grillo.
E quando i due crepuscoli Splendean sull’orizzonte. Tu, coronando il placido Profilo del tuo monte, Lanciavi al ciel favilli Di quarzi e di lapilli Ed abbagliavi al piano L’errante mandrïano.
Ma poi discese un’Attica Gente brïaca d’arte. Seminatrice prodiga Di monumenti e carte;
Vider per la campagna La magica montagna E con gioia rubesta Ne distaccâr la cresta.
Piombasti e fosti Venere. Fra citaredi e schiavi Per te strisciò la polvere Il folto crin degli avi; Avesti ara e ghirlande. Sacerdotesse blande, Languide danze e fumi Di roghi e di profumi.
Se ti vedeva il libero Motteggiator d’Egina Che il genio avea del fäuno E la barba caprina, Per te molceva il riso Del suo beffardo viso E in dorica melòde Sciogliea sull’arpa un’ode.
Poi t’ebbe Roma, emporio Di statue e di colonne, Teatro allor di Veneri Com’oggi di Madonne,
Li cominciò la scoria Del tempo e della storia A macular con orme Di lepra le tue forme.
Vivesti in mezzo al fremito Dell’orgie e nei triclini Dove fetèa la nausea Dei tracannati vini; Là, fra le turpi e gaie Follie delle ambubaie Con un osceno crollo T’hanno fiaccato il collo.
Povera Dea! vanirono Allor profumi e canti, L’irriverente greculo Ti zuffolò davanti, Fosti bruttata al piede Con impudiche scede E una ciurmaglia sgherra Ti rotolò per terra.
Sublimi tempi olimpici E putride cloàche, E baci di caleïdi, E sputi di lumache,
Tutto hai provato, e l’asta Del santo iconoclasta E lo schiaffo plebeo Del porco epicureo.
Ma noi questa prosaica Gente ch’or ti raccolse, Adoratrice instabile D’arti sfrenate o bolse, Oggi forse minaccia Quelle tue monche braccia Di più fiero dolore: Il restäuratore.