Versos Italian Aurelio Bertola de' Giorgi All'abate don Aurelio De' Giorgi Bertola

Italian poem

All'abate don Aurelio De' Giorgi Bertola

by (1753–1798)

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Aurelio, a cui la cetera gentile Erato pone fra l’illustri dita; Dolce è sentir d’argute corde il suono, E il canto che sull’anima si spande. Non io son figlio di caucasea rupe, Nè torpide mi tessono l’orecchio Le destinate al suon tremule fibre. Torcer le sento, se talor le fiede Augel palustre colla rauca voce. Ma alle soavi scosse, agili e pronte Ripeton l’armonia de’ sacri vati. Nascon di Giove i vati; hanno dal cielo Impeto e sensi; e rari in ogni clima, Rari per ogni età, parlano l’aurea «Favella che in ciel parlano gli Dei.» A un cenno lor, le immagini dipinte Balzan dal nulla, e in color mille avvolte, I novelli pensier veston di luce. Quindi hanno vita le famose imprese. Più di real piramide s’estolle II Carme iliaco, e per l’immensa fuga De’ rovinosi secoli trasporta Pieno di gloria il fortunato Achille. Nè splende meno fra le greche fiamme L’Autor del latin sangue: opra di Maro. Diero al Poeta i numi, intender tutti Del core i moti, e le riposte sodi Visitar degli affetti; o se gli piaccia Ninfe e pastori intenerir cantando, O spargere d’orror notturne scene. Alla sua voce l’anima s’innalza Sovra l’esser mortale; e, a i casi avversi Usbergo d’adamante al cor circonda. Dov’è, Pavia, dov’è l’almo ritiro, Ove al tuo Guidi lusinghiera apparve «Una Donna superba al par di Giuno?» Quanta pompa di vezzi e di tesori Gli spiegò innanzi; e di che dolce invito Assalto mosse al generoso core L’arbitra delle cose istabil Dea! Ma nel pensier dell’inclito Poeta, Altre figlie di Giove, altre venture Teneano impero; e di lor luce asperso, Sdegnò l’oro mirar, sdegnò le gemme: E non curata rimandò Fortuna. Datemi un simil cor. Divo del canto; E lascerò che il folle ignaro volgo, D’inutili condanni i versi miei.