Italian poem
Il Canto della sera
by Aurelio Bertola de' Giorgi (1753–1798)
Sorge a’ zefiri aperto Di timo un colle ornato, Sul cui ciglion men erto Sua pompa stende un prato; Fresco il ruscello mormora Del folto prato appiedi; E l’olezzante margine È tal che dice: siedi.
Con la riva più bassa Confine ha una selvetta: La guarda il nembo e passa, E il verno la rispetta. Curvi sentier la tagliano Sgombri di spine e bronchi; E più sedili v’offrono Quà e là gli antichi tronchi.
Smaltato a più colori Sul vertice del colle Sacro al Dio de’ pastori Un tempietto s’estolle; Qual culto! non le tenere Agne il pastor vi uccide; Viene un serto ad appendere, E il proprio nome incide.
Entro quei serti posa Talor l’auretta prende, E poi tutta odorosa Le candid’ali stende: E le fragranze insolite Sul men vicin sentiero Del sacro loco avvisano L’ignaro passeggiero.
Mirabil per l’eguale Sua superficie liscia, Presso al Tempio un viale Offre una bianca striscia, Che sotto al verde tremulo Arco di larghe fronde De’ monti fra il ceruleo Si perde e si confonde.
All’occidente è volto Questo vial frondoso, In cui ver sera è accolto Un popolo festoso: Ninfe e pastor vi accorrono Al sacro canto intesi, Poi che i voti in bell’ordine Ebbero al tempio appesi.
Le varie gregge intanto Erran dal prato al rio: Che pon temer, se accanto Veglia il favor di un Dio? Più di una capra immemore Del timo, alza talvolta Il fimo muso, e i cantici Del suo pastore ascolta.
Or quando il Sol cadente Più grande agli occhi appare, E sembran foco ardente Il ciel più basso e il mare: Tra le fronde che ondeggiano, Cente s’apron passaggi Quà languidi, là vividi I rosseggianti raggi.
Là quasi a stral simile Tra’ folti s’introduce Rametti una sottile Riga di densa luce, Che dove poi va a rompere Nè più passaggio trova, Par che in minuta sciolgasi Rotante aurata piova.
Quà ve’ lascian più grande I cespi all’aria il loco, Ampio il raggio si spande Tra il porporino e il croco; Oh come è vago scorgere Sotto alle volte ombrose Del Sol che va chinandosi Tante beltà scherzose!
Qual su mattin ridente La vispa capinera Odi soavemente Cantar la primavera: Tale e più dentro all’anima L’aurea voce risuona Del pastorel che i cantici A sera al Nume intuona.
Scorre la voce, e fende Le tremule verzure, E nella valle scende In braccio all’aure pure, Che van l’eco a sorprendere Nelle grotte tacenti; Jeri ah jeri questi erano Del pastorel gli accenti.
Nume propizio! serba Felici i tuoi pastori; Pel gregge cresca l’erba, E pel tuo tempio i fiori: Gli estivi dì non tolgano L’onda al ruscel vicino; E i nostri cor somiglino A un limpido mattino!
Un prego oltra il costume Oggi i pastor ti fanno; Nuove al tuo piede, o Nume, Rose e mirti verranno: Invano a te non s’alzano Da questo loco i preghi; Che per cagion men nobile Il tuo favor non neghi.
Ninfa tutta vezzosa Tanto a Febo diletta, Quanto un bocciol di rosa A giovin forosetta; Ninfa che fa sull’anime Col sorriso gentile Quello che fan sul mandorlo I primi dì d’aprile;
Qui venne, e poi che fiso Ebbe il viv’occhio azzurro Sul rio, l’onde improvviso Mosser per lei susurro: Rapide gorgogliavano Più che colà non fanno Ove tra i sassi a frangersi Sotto la rupe vanno.
Or d’arbusto odoroso Qui rami unimmo a rami; Bel padiglione ombroso Vi fan misti fogliami; I gelsomin serpeggiano Tra erbette d’almi odori, E le mie man v’appesero Quattro feston di allori.
Spunta carco un rosajo Fuor della tonda volta, E sul mattin men gajo Pur qualche boccia ha sciolta; De’ fiori più durevoli Che il nostro prato dona Giù dalla volta pendere Vedesi una corona;
Questa all’urtar di auretta Forse le andrà sul crine; Il salice ond’è retta Tanto le fibre ha fine. Non s’ella è lunge, movere L’aurette osino l’ale; Le aurette ancor rispettino Cosa più che mortale.
Sul rio la volta sporge, E sì disposte sono Le basi su cui sorge Il boschereccio trono: Ch’ella non potrà volgere Su queste onde un’occhiata, Senza la propria immagine Vedervi inghirlandata.
Oh più che ogni altro colle, E ogn’altro erboso letto, Più che il susurro molle D’ogn’altro ruscelletto, Queste a lei sempre piacciano A te sacre dimore; Piaccianle, o Nume, e appaghisi Come tu fai, del core!
Torni fra pochi istanti, E dopo te primiera Regni sul loco, e i canti S’abbia, qual t’hai tu, a sera: E invano Lei degnevole Di povere colline Invochino, sospirino Le mura cittadine.
Deh torni... così detto Ebbe il pastore appena, Che fuor del sacro tetto Fiamma spiccò serena; E qual ponte curvandosi, Sul vial popoloso Si stese, e n’ebbe invidia Il sole mezzascoso.
Siccome in notte iberna Entro l’ovil rinchiuso, Se il dubbio giorno scerna, All’uscio appoggia il muso Gregge che impazientasi; E poi l’ovil quand’apri, S’urtan, s’affollan, premonsi L’agne belanti e i capri:
Tal entro al tempio corre Il giubilante stuolo; Prostrarsi e il labbro sciorre Fu un punto, un punto solo: E grato da i cor fervidi Sorse il divoto omaggio, Come effluvio che levasi Da i freschi fior di maggio.