Italian poem
Lesbia Cidonia a Palide Lidio
by Baldassarre Odescalchi (1844–1909)
D’alto incendio di guerra arde gran parte D’Europa, e intorno a lei scorre fremente Colla orribil quadriga il fiero Marte;
L’Istro e la Neva il sanno, il sa la gente Che la Vistola beve, e sì vicine Del crudo Nume le minacce or sente,
Che a lei si avventa, qual per nevi alpine Torrente altier che giù tra balzi scende, E mugghiando terror sparge e ruine.
E d’intorno alla Senna oh quai più orrende Desta empie faci la discordia, oh quale Onda immensa di fumo al Ciel ne ascende!
Cresce il rio foco, incontro a cui non vale Di leggi schermo, e va di tetto in tetto Sin che la Reggia furibondo assale.
Oh Reggia, oh mura di piacer ricetto Di gloria un dì, come di lutto or siete E di spavento ahi lagrimoso obbietto!
Ma dove o carmi miei che amar dovete D’umili canne il suon, dove sì audace Per sentiero non vostro il vol stendete?
Ah che in queste ov’io seggio, e dove tace Ogni strepito d’armi, apriche rive Miti accenti sol chiede amica pace;
E in dolce ozio tranquillo imbelli e schive Sempre abborriro il marzïal furore Di pace amanti le Castalie Dive.
Poichè d’ira fremendo e di dolore Coll’Egizia Regina il Nil raccolse Nel ceruleo suo sen le frante prore,
E poichè Augusto vincitor si sciolse Dall’aspro usbergo, e il non più dubbio Impero Con soavi a bear leggi si volse,
Nè più Bellona il sanguinoso e fiero Suo flagello agitò, nè più le genti Impallidìr di trombe al suon guerriero,
Delle Muse all’invito impazïenti Corsero i Vati al Tebro, e non pria uditi Gl’insegnaro a ridir febei concenti.
Maro gli affanni allora, e gl’infiniti Cantò dal Teucro Eroe varcati orrori Seguendo il fato, i venti, i Lazii liti.
Narrò Tibullo i suoi teneri ardori Dolci note accordando a flebil cetra, Che Amor di propria man spargea di fiori:
E mentre ei Delia e la vezzosa all’etra Nemesi alzava, i forti inni sciogliea Il Venosin dalla Dircea faretra,
Ond’or bei nomi al tardo obblìo togliea, Ed or di rose intatte, e mirtee fronde Serti a Glicera e a Lalage tessea.
Chiare in quegl’inni di Brandusia l’onde Splendono ancor dopo tant’anni, ancora Il Lucretile amene ombre diffonde.
Oh come a tanti eletti Cigni allora Eco fean lieta i colli e le beate Rive cui lambe il biondo Tebro e infiora!
Nè lungo a quelle rive avventurate Or men vivace la sua fiamma spira De’ carmi il Genio a cent’alme bennate.
Roma, superba Roma, abbatter l’ira Te non poteo del tempo, ancor nudrice Te dell’arti d’Apollo il mondo ammira.
Vedi qual Figlio oggi additar ti lice, Di Mecenate a un tempo, e degli Ascrei Cultor più esperti emulator felice.
Palide egli è. Con piena man gli Dei Ricchezze in lui versaro e onori e quanti Pregi ornar ponno un’alma eccelsi e bei.
Chi di cetre le fila auree sonanti Più dotto a ricercar, chi più gradite Rime elette a temprar fia che si vanti?
Voi che sovente la sua voce udite Campagne amene, e voi d’Arcadia al Dio Diletto albergo, ombrose selve il dite.
Ed oh potessi, o selve, un giorno anch’io A Lui d’appresso offrirgli in seno a voi Di grat’animo in segno il canto mio!
Egli il mio nome co’ begl’inni suoi Volle fregiar, e a eternità il commise Che i nomi ha in guardia de più chiari Eroi;
Ei sin dai sette colli amico arrise Agl’incolti miei carmi, e là talvolta Intorno intorno a verdi allor gl’incise.
E quando il fato estremo avrammi tolta La dolce aura di vita, e fia da questo Infermo vel l’ignuda alma disciolta,
Nè più forse sarà chi sul funesto Sasso ove l’ossa mie chiuse staranno Un guardo sol volga pietoso e mesto,
E immemori di me forse ahi! saranno Que’ che amici sperai, pur sempre chiara Vita i miei versi glorïosi avranno Poichè, Palide, a Te Lesbia fu cara.