Italian poem
O, che il Sol muta albergo
by Carlo Innocenzo Frugoni (1692–1768)
O, che il Sol muta albergo, E del Leon stellato Va sù l’estivo tergo I raggi a saettar: Batte, ed in suon pietoso, Apri, mi dice Amore; Teco dal dì focoso Mi venni a riparar.
Apri la tua capanna: Il fervido meriggio Vedi come m’affanna, Come mi fa languir. Apri, Pastor, t’affretta; Non provocarmi a sdegno; Temi la mia vendetta; Sai come so ferir.
Io scendo, ed apro al Dio, Che prega e in un minaccia. Entra; e il tugurio mio Sente il divin suo piè. Presente oli qual diffonde Amabil luce in giro! Presente oh quale infonde Soave fuoco in me!
Amor s’asside, e stanco L’arco dal collo slega, Spoglia de’ dardi il fianco, Che mai depor non sa: All’omero raccoglie L’affaticate penne, Ed ai begli occhi toglie Quella, che cieco il fa.
Un lin puro qual neve, Di Dori amico dono, Dispiega, e lieve lieve Terge il sudato crin; Terge l’accesso volto, Respira; e così poi Parla ver me rivolto L’Idalio Fanciullin.
Dal primo albore errai Dori cercando invano, Dori, che (se nol sai) La cura mia divien. Folta d’antichi faggi Cercai quella selvetta, Dove dai caldi raggi A ristorarsi vien.
Selvetta, ove discese L’Aurora impaziente. Quando per me l’accese L’Eolio Cacciator; Selvetta, ove pur sculto Vidi di Dori il nome, Che al vegetare occulto Cresce co’ tronchi ancor
D’olmi ricinte intorno Cercai l’argenteo fonte, Dove talor del giorno Lenta l’ardor depon; Fonte, ove in dolci guise Già la mia bella madre In altri dì s’assise Col Cinirèo Garzon.
Al fedel antro ombroso Corsi, che di corimbi Riveste un tortùoso Lascivo verdeggiar Antro, che in bianco velo Già fè la Dea triforme Innamorata in Cielo Il carro abbandonar.
Movendo il guardo e il passo Cercai se v’era Dori: V’era il felice sasso, Dove talor posò Ma in aria lusinghiera Sul vedovo macigno Dori gentil non vera Che sospirando io vò.
Conoscitor di questi Boschi d’Arcadia lieti, Dirmi, Pastor, sapresti Celata ove si stà È forza ch’io la trovi E che le fiamme mie, il mio valor rinnovi Ne’rai di sua beltà.
Sebben nel Ciel fiammeggia Alto il Titanio lume, Nè Pastorel, nè greggia Osa lasc iar l’ovil; Dori per rinvenire Fenderò l’aure ardenti: Che non sì può soffrire Per Ninfa sì gentil?
Tacque, e mirommi fiso; Poi ripigliò: Rispondi. Ahi come un mio sorriso Incauto mi tradì! Mutando allor favella, So, disse Amor sdegnato, Dov’è la Ninfa bella, Che tanto m’invaghì.
E vidilo le pronte Bell’armi sue raccorre, E alla turbata fronte La benda rannodar. Il suo nemico aspetto Timido non sostenni; E il cuor presago in petto Io mi sentii tremar.
Ahi! si levò su l’ali, E dalla tesa corda Vibrommi un de’ suoi strali Quanto vibrar si può; E nel mio cuor scolpita, E nel mio core ascosa, Per la fatal ferita Amor Dori trovò.