Italian poem
Dante
by Dante Alighieri (1265–1321)
Fagli per me un dir di paternostro, Quanto bisogna a noi di questo mondo Ove poter peccar non è più nostro. Ben si dee loro atar lavar le note Che portàr quinci, sì che mondi e lieti Possan uscire alle stellate ruote. Non prendan i mortali il voto a ciancia..... Siate, cristiani, a muovervi più gravi Non siate come penna ad ogni vento. Le cose tutte quante Hanno ordine tra loro, e questo è forma Che l’universo a Dio fa somigliante; Ultima regna canam, fluido contermina mundo, Spiritibus quæ late patent, quæ præmia solvunt Pro meritis cuicumque suis. E monna Vanna, e monna Ligia poi Con quella su il numer delle trenta. Tanto gentile e tanto onesta pare La donna mia quand’ella altrui saluta, Che ogni lingua divien tremando muta, E gli occhi non l’ardiscon di guardare. Ella sen va sentendosi laudare, Benignamente d’umiltà vestuta; E par che sia una cosa venuta Di cielo in terra a miracol mostrare. Mostrasi sì piacente a chi la mira, Che dà per gli occhi una dolcezza al core, Che intender non la può chi non la prova. E par che dalle sue labbra si muova Uno spirto soave pien d’amore Che va dicendo all’anima: sospira. Ma quel che più ti graverà le spalle Sarà la compagnia malvagia e scempia Con la quale tu cadrai.... che Ti si farà per tuo ben far nemica. O montanina mia canzon, tu vai; Forse vedrai Fiorenza, la mia terra Che fuor di sè mi serra Vuota d’amor e nuda di pietate. Se dentro v’entri, và’ dicendo, — Ormai Non vi può fare, il mio signor più guerra. Digli che il buon col buon non prende guerra Prima che co’ malvagi vincer prove: Digli ch’è folle chi non si rimove, Per tema di vergogna, da follia. Canzone. Ma perchè piene son tutte le carte Ordite a questa cantica seconda, Non mi lascia più ir lo fren dell’arte. Pensando a capo chino Perdei il gran cammino, E tenni alla traversa D’una selva diversa Io v’era sì invescato, Che già da nullo lato Poteva muover passo. Così fui giunto lasso E messo in mala parte, Ma Ovidio per arte Mi diede maestria, Sì ch’io trovai tal via. Chiede consiglio da persona che vede, e vuol dirittamente, ed ama. Io mi son un, che, quando Amore spira, noto, e in quel modo Ch’ei detta dentro, vo significando. La contingenza, che fuor del quaderno Della vostra memoria non si stende, Tutta è dipinta nel cospetto eterno. Necessità però quindi non prende Se non come dal viso in che si specchia, Nave che per corrente giù discende. Dante Alighieri son, Minerva oscura D’intelligenza e d’arte. Avete il vecchio e il nuovo Testamento E il pastor della Chiesa che vi guida: Questo vi basti a vostro salvamento. Veggio il nuovo Pilato sì crudele Che ciò nol sazia, ma senza decreto Porta nel tempio le cupide vele. Purg. XX. La nobile virtù Beatrice intende Per lo libero arbitrio Pg. XVIII, 75 e Pd. I Questa sorte.... Però n’è data perchè fur negletti Li nostri voti, e vuoti in alcun canto. Pd. III. Tu sè colei che l’umana natura Nobilitasti, sì che il suo Fattore Non disdegnò di farsi sua fattura. Pd. ultimo . . . . . . come il verace stilo Ne scrisse, padre, del tuo caro frate (san Paolo) Che mise Roma teco nel buon filo. Tu credi che nel petto, onde la costa Si trasse per formar la bella guancia, Il cui palato tanto al mondo costa, Qualunque alla natura umana lece Aver di lume, lutto fosse infuso. Pd. XIII. Sì mi parlava, ed andavamo introcque. Inf. XX. E quei, pensando ch’io ’l fessi per voglia Di manicar. Inf. XXIII. Quantunque volte, lasso, mi rimembra Ch’io non debbo giammai Veder la donna ond’io vo sì dolente, Tanto dolore intorno al cor mi assembra La dolorosa mente, Ch’io dico, Anima mia, che non ten vai? Ma ben ti prego che in la terza spera Guitton saluti e messer Gino e Dante. Trionfo d’amore, IV: Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia, Ecco Cin da Pistoia, Guitton d’Arezzo. Nasce dal cuore ciascheduna arteria E l’arteria sempre dov’è vena; Per l’una al core lo sangue si mena, Per l’altra vien lo spirito dal core; Il sangue pian si muove con quiete. Poichè veder voi stessi non potete, Vedete in altri amen quel che voi siete; Luci beate e liete, Se non che il veder voi stesse v’è tolto, Ma quante volte a me vi rivolgete, Conoscete in altrui quel che voi siete. Mille dubbj in un dì, mille querele Al tribunal dell’alta imperatrice, ecc. A sì gran piato Convien più tempo a dar sentenza vera. Piacemi aver vostre quistioni udite, Ma più tempo bisogna a tanta lite. Mille piacer non vagliono un tormento Che alzando il dito colla morte scherza,