Versos Italian Donato Antonio Leonardi Collinetta aprica e bella

Italian poem

Collinetta aprica e bella

by (1700–1800)

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COllinetta aprica e bella, Chi t’appella Valle oscura, oh quanto egli erra! Che di te più vezzosetta. Collinetta Non s’alzò giammai da terra. L’Alba appena esce dall’onde, Che diffonde Sovra te l’argente berine; E col pianto dell’Aurora Ben allora Tu t’imperli il verde crine. Quando il Sol, che l’ombre aggiorna, Poi ritorna A portar la luce a noi; Ha piacer, che le tue cime Sien le prime A goder de’ raggi suoi. Tu sei tutta colorita, E vestita D’un color bianco e vermiglio: Fanno a gara sul tuo viso Tutto riso A fiorir la rosa e ’l giglio. Ogni auretta adulatrice Passa, e dice: Quì si ride, e quì si gode; Ogni augel tra le tue foglie Sol discioglie La sua lingua a darti lode. Ma di frutti oh come pieno Porti il seno, Di quei frutti, onde il cor bei! Di quel nettare soave Tu sei grave, Che don cede al vostro, o Dei. Ma qual turbine s’aggira, E si mira Collinetta, a te d’intorno, E con sì terribil faccia Che minaccia Di far notte in faccia al giorno? Ecco, ohimè, che in un momento Ohimè, sento Scender più grandine acerba! Contra te scarica il Cielo Crudo gelo, Collinetta alta e superba. Ecco, ohimè, tutte sfrondate, Lacerate Le tue viti io miro al suolo! Le tue foglie arse e distrutte Miro tutte, Miro, e n’ho tormento e duolo! Or quel Bel, che già ti fea, Come Dea, Sovra l’altre ergere il soglio, Dove andò, se in un baleno Il tuo seno S’è cangiato in nudo scoglio?. Senz’onor di vaghi fiori, Senza odori, La tua fronte al Cielo or s’alza: Non sei più Collina ombrosa Sì fastosa, Ma deserta orrida balza. Non son’io sì stolto e cieco Ch’oggi teco Di parlare abbia desio; Sordo Colle, ed insensato, Il tuo fato Già non muove il dolor mio. Sol perchè tu sei l’immago Di quel vago Volto reo de’ miei martirj; A sfogar l’ardore immenso Mentre io penso, Par, che teco io quì deliri. Ma se tu non sei capace Di dar pace Alla doglia mia severa; Odi, o tu, che tanto fuoco Prendi a giuoco, Odi, e lascia d’esser fiera. Non fuggire, o Clori stolta Ferma, ascolta, Ferma, e poi da te mi sciolgo: Tutto quel che in questi accenti Or tu senti, Non è favola del volgo. Quel crin d’oro, che tra l’onde Delle bionde Chiome da naufragio a i cuori; Quel vezzoso e caro labro Di cinabro, Dove ridono gli Amori; Quella guancia, che vermiglia Rassomiglia Bella rosa in su lo stelo Quelle mani, che son fatte Di quel latte, Che smaltò la via del Cielo; Quelle si vedransi, e quelle Chiome belle E le guance delicate E il vezzoso e caro labro Di cinabro Calpestar da fredda state. Allor’io quell’occhio nero, Già sì fiero, Mirerò senza periglio; Che l’età, perchè non scocchi Stral dagli occhi, Ruberà la forza al ciglio. Quel tuo viso allor pietoso, Lagrimoso Non avrà da me mercede; E in mirarti, oh qual diletto Avrà il petto, Tutta in lagrime al mio piede! Dal tuo pallido sembiante Ogni Amante Io vedrò fuggir lontano; E chi già sprezzasti tanto Col tuo pianto Chiamerai, ma sempre invano. Così gelida vecchiezza Tua bellezza Ridurrà scherno degli anni, In quel volto allor sfiorito, Scolorito Mirerò, ma senza affanni.