Italian poem
Ai superstiti di Calatafimi
by Eliodoro Lombardi (1834–1894)
Così, prodi, così lasciaste a noi D'una patria il retaggio; L'avvenir vi darà nome di eroi, Ma il presente, più saggio,
Vi gracida così: «Dell'Ideale Colmi la mente e il petto, Poeti foste, e il senso del reale In voi fece difetto.
Sangue spendeste, e seminaste in cento Campi le vostre carni Lacere; ad ogni rischio, ad ogni stento, Rotti, squallidi, scarni,
Movendo incontro: e poi che, al fin vinceste Ed afferraste il lido, Voi, d'ltalia fattor, voi non coglieste Tanto da farvi il nido.
Per l'irto orgoglio, che, turgido flutto, Vi precluse ogni via, Voi l'albero piantaste, ed altri il frutto Ne ciba. Or ben vi stia.
Ben vi stia se un tugurio ed uno strame Vi prodiga la sorte, Se di voi ride il mondo, e se la fame Batte alle vostre porte.
Esser leone è ben, ma un po' di volpe Ci vuol dentro il cervello... Le provvide malizie non son colpe: Lo scrisse il Machiavello.
Apprender l'arte ben sagace e fina Di chi volvesi e gira Ora a destra, ora a centro, ora a mancina, Secondo il vento spira;
Parteggiar pel successo e pel banchetto Della prospera sorte; Starsene queto, avviticchiato e stretto Sempre, sempre al più forte:
Queste le norme onde abbrancar pel ciuffo L'instabil Dea, con queste Non è a temer vortici e gorghi, o buffo Di venti e di tempeste.
Con vele aperte, d'ogni pondo scarca, Fatta secura appieno, Con esse andrebbe omai la vostra barca Per mar fido e sereno,
Al porto andrebbe, ove i fastosi onori E la pingue Opulenza Stanno sul lito, e spande i suoi favori La fulgida Potenza.
L'alma felicità con tonda faccia E con amabil riso Ivi aprirebbe a voi le rosee braccia Baciandovi sul viso...
Invece?... Uno stambugio, un pan stentato Ed una larva ardita: O malaccorti, è questo il vostro fato, Questa per voi la vita!..
Così vien recitando il piccioletto Vulgo a Voi, luminoso Rudero di battaglie; e Voi, con detto Fra beffardo e sdegnoso:
«E sia. Lustro ed onori al tumido pavone, La fiera solitudine e il deserto al leone. L'aquila che in un cavo dell'alpi il nido ha fitto E che pugna, e che stenta a procacciarsi il vitto, Ma che spazia, che s'alza, che varca il monte, il piano, Che domina la selva, che affronta l'uragano, E nel sole, esultando, nel sol che disfavilla, Beve la luce, beve senza muover pupilla; Forse il lombrico invidia che nel limo si abbica E, pascendo a suo agio, di melma si nutrica? A ciascun la sua parte. Ad altri il nobil merto Di ben fiutare il vento, e ritrarsi al coperto, E in ogni dì foggiando nuovi e fallaci dei, Dicendo al sol: sei l'ombra, all'ombra il sol tu sei, All'eterna Menzogna, all'immonda Sirena Curvar l'anima abbietta e la codarda schiena. A noi balda e sincera la povertà che sdegna Le oblique arti e dei Buoso la svergognata insegna; A noi l'aria, la luce, il mar selvaggio, e pura E fida amica, e madre, questa immensa Natura Che ci mantien pur saldi muscoli e nervi, e dorso Franco di basto, e bocca libera e senza morso, E capo cretto, e guardo securo, anima altera Che s'infrange, non piega, e coscienza intera. A noi salir la rocca faticosa ove stende Le man rudi la gloria a chi tenace ascende: A noi, nel pan stentato, dello stento l'ebbrezza Acre gustar, che a sensi alti l'anima avvezza, E parerci una reggia la squallida stamberga Che, ignudi, è ver, ma onesti, ma liberi ci alberga. Oh la pingue opulenza ! Oh gli onori fastosi! Ai mimi, ai mimi, ai lepidi Girelli; ai gloriosi Gingillini del tempo a cui l'utile è nume, E trafficar dei martiri fin l'ossa han per costume. A noi, grulli ed ingenui, basti, e fia molto, il dire, Coll'occhio intento ai vigili astri dell'avvenire, Il dir fra le macerie e le infrante catene: La terza Italia è sangue, sangue di nostre vene.»