Italian poem
A voi parlo, o Giovanette
by Ercole Maria Zanotti (1684–1763)
A Voi parlo, o Giovanette, Ch’entro il cuore vi sentite Le celesti auree saette, E le dolci lor ferite, Per cui voi di santo fuoco V’infiammate a poco a poco. Or me udite: Appena Iddio Di Maria l’alma compose, Che per suo gentil desìo In Lei tosto il guardo pose. E al mirarne lo splendore Nè restò preso d’amore. Talchè tutto di Maria Si compiacque, e fiso in Lei Sì le disse: O Amica mia, Mia Colomba, Tu pur sei Di mie mani opra, e lavoro, Mia pupilla, e mio tesoro. Bello è il Ciel, che vago intorno D’auree stelle ornar mi piacque, Allorchè mio Spirto un giorno Se ne giva sopra l’acque; Ma Tu in vero sei più bella D’ogni Cielo, e d’ogni stella. Vanne pure, e lieta prendi La terrestre umana spoglia. E omai tempo; si discendi; Per Te senta di sua doglia Tutto il Mondo quel conforto, Che ha una nave giunta in porto. Ma a che pensi, o mia Pudica? Temi forse non macchiato Sia il tuo vel da quell’antica Colpa già dell’uomo ingrato, Che la mano stese al frutto, Ei figliuoli pose in lutto? Perchè temi? Ah ti consola, Che Tu sei la mia diletta; Per piacermi, da me sola Tu tra mille fosti eletta; Vanne lieta; e bianche intatte Spoglie avrai qual neve, o latte. Già laggiù di Te gran cose Disser Vergini, e Profeti; Già cantar dolci amorose Di Te lodi in gara, e lieti Là in Sionne appo i ruscelli Sulle cetre i Pastorelli. Chi simil ti fè all’Aurora Quando sparge sue rugiade; E chi al Sole allor ch’indora Le celesti ampie contrade; Chi, qualor la notte imbruna, Al bel raggio della Luna. Chi ad un Prato sparso, e adorno D’erbe molli e di fioretti; Chi ad un colle in cui soggiorno Tiene un coro d’augelletti, Ed all’un l’altro risponde Tra il susurro delle fronde. Sei più vaga, e graziosa, Che non è la tanto altera Sovra i fior vermiglia rosa Nè bei dà di Primavera, Quando l’aria più serena Del suo odor ne va ripiena. Tu gir dei, o Amica, intanto Laggiù in quella oscura valle Ove sol da spine, e pianto Vedrai sparso ciascun calle; Ma di là pur poscia un giorno Tu farai quì in Ciel ritorno. Sù spargete, spirti amanti A man piene eletti fiori; Giusto è ben, ch’ognuno canti Sue bellezze, e ognun l’onori. Questa è sì la mia vezzosa Dolce Amica, amata Sposa. Verrà un tempo in cui Reina La vedrete in trono assisa, E di sua beltà divina Tutte l’Alme ardere in guisa Che per lei ne andrà giocondo Il celeste, e il basso Mondo. Quì si tace, ed ella fassi Come giglio incontro al Sole; Tutta lieta e attenta stassi Alle dolci sue parole, E in Lui fisa del celeste Suo splendor s’adorna, e veste. Come nube, allorchè scorge Dietro l’Alba il Sol, che appare, Che sul punto, ch’egli sorge Fuor dell’onda là sul Mare, Tutta splende e si colora, E i bei rai sugge, e divora: Ver Lui dessa in un baleno La man stende, e i santi affetti Hanlo tutto unìto al seno; E insiem’ambo avvinti, e stretti Lieti stan, come su Prati Duo Colombi innammorati. Ma da Lui si spicca alfine L’Alma grande, e impenna l’ali Per unirsi alle divine Spoglie sue, benchè mortali, Ecco come allegra e bella Se ne vien di stella in stella. Scendon seco in vago coro Sù lucenti nuvoletti, E per gioja l’ali d’oro Van scuotendo gli Angioletti, Tutti in capo adorni, e cinti Di narcisi e di giacinti. Toccan’altri in vario canto Leggermente eburnee cetre; Volan’altri a gara intanto D’Aurei dardi le faretre: Tutti a Lei facendo onore Van tessendo inni d’amore.