Versos Italian Federico Frezzi Capitolo I

Italian poem

Capitolo I

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Come l'autore fu a battaglia con Satanasso e, umiliandosi, lo vinse.

Dell'orizzonte il sole era giá fuora, e, per aver la lena, io m'era assiso come chi stanco a riposar dimora.

E, risguardando, tenea in alto il viso, perché ammirava il superbo arrogante, che fu ribello a Dio in paradiso,

quando la dea a me su venne avante: --Or ti bisogna assai esser gagliardo ed usar le tue forze tutte quante.

--Minerva mia, a cui sto i' a riguardo, che di guidarmi dietro a te ti degni al loco, ov'io d'andar di desio ardo,

prego che m'addottrini e che m'insegni quai sonno i mostri, che tengon la strada, che l'uom non saglia a' tuoi beati regni.

Da che convien che alla battaglia vada, dammi fortezza e dammi la dottrina ch'io non sia preso e che vinto non cada.--

Rispose a questo a me quella regina: --Quando il gran mostro su vorrá levarte, e tu col capo sempre ingiú declina.

Questa fie la vittoria, e questa è l'arte, con che si vince sua superbia ardita: va', ché, se vuoi, potrai da lui aitarte.-- p. 198 Andai, quando la dea ebb'io udita, come colui che a duello combatte o per dar morte o per perder la vita.

Quale Davíd incontra a Goliatte, gigante grande, ed egli era fantino e non avea all'armi le membra atte;

tal pareva io, quando presi il cammino contra Satán, se non ch'a lui rispetto ben mille volte er'io piú piccolino.

Quand'io fui presso e contra al suo cospetto, e' s'adirò da che m'ebbe veduto, e mostrò grande sdegno e gran dispetto.

Io saría morto e del timor caduto, se non che Palla con voce e con cenni mi rinfrancava il cor e dava aiuto.

Andai piú innanti e insino a lui pervenni, e del piè il dito, piú ch'un trave grosso, colle mia braccia avvinchiato gli tenni.

Allora a stizza vieppiú fu commosso, e le gran braccia stese con grand'ira, e 'nsú tirommi, tenendomi il dosso.

A questo gridò Palla:--A terra mira; pensa ch'a darti morte egli t'afferra, e per gittarti a basso insú ti tira.

Fa' come Anteo, e vincerai la guerra, che tante volte le forze francava, quante toccava la sua madre terra.--

Come colui che se medesmo aggrava, che tien le membra come fosson morte, cosí fec'io, quando insú mi levava.

Mirabil cosa! Allora i' fui sí forte, che gli feci abbassare ingiú le braccia, e giú mi pose con le mani sporte.

Le reni in terra, insú tenea la faccia; e con ingegno e forza e con li morsi facea com'uom che volentier si slaccia. p. 199 Cosí le dita sue da me distorsi, che m'avean preso; e sí me dilungai, che cento passi e piú a lunga corsi.

Quando sei spenta, ancor potenzia hai, o gran superbia! Per questo fui preso, ché d'esto scampo io me ne gloriai.

Chinossi allora, tutto d'ira acceso, il crudel mostro, e con la man feroce volea levarmi nell'aer sospeso.

Allor gridò la dea ad alta voce: --Abbassa a terra!--Ed i' a terra mi diede col ventre e il volto e colle braccia in croce.

Cosí prostrato, entrai di sotto al piede del gran superbo, col qual chiude il calle, il qual senza battaglia mai concede.

Per questo a terra giú diede le spalle e nel pian cadde con sí gran fracasso, che tremar fece tutta quella valle.

Quando vidi caduto Satanasso cosí prostrato, io misi la mia testa ed intrai su la via per l'arto passo.

Come alli vincitor si fa gran festa, tal fece a me la scorta onesta e saggia: poscia si mosse insú veloce e presta.

Prese la via per la pendente piaggia e disse:--Vieni e sempre alla 'nsú sali, ed alla 'ngiú nullo tuo passo caggia.--

Mentr'io movea alla 'nsú del desio l'ali, ed io sentii a me gravar le penne da una che dicea:--Vo' che giú cali.--

La mia persona abbracciata mi tenne, tirandomi alla 'ngiú con tale scossa, ch'appena ritto il piede mi sostenne.

E del salir sí mi tolse la possa, che, andando insú, io non potea seguire la scorta, che a guidarmi s'era mossa. p. 200 Dietro alla guida insú volea pur gire, ed ella mi tirava seco ingiue e suso meco non volea venire.

Cosí insieme luttando amendue, ella tirando ingiú ed io insú lei, sí mi stancava, ch'io non potea piue.

--Oimè!--dicea fra me--chi è costei, che ha le voglie sí lascive e pronte, che vuol menarmi ov'io gir non vorrei?--

La dea salito avea molto del monte, e, vòlta a me, gridò:--Perché non vieni? perché ristai? perché quassú non monte?

Cotesta donna, che ti sta alle reni pensa che è muliere, e tu se' viro; però vergogna t'è, se la sostieni.--

Allor con gran fatica e gran sospiro, usai mie forze e camminai fin dove Palla aspettava col suo dolce miro.

Sí come sotto il giogo tira il bove con tutta la sua possa il grosso trave, che, punto dallo stimolo, si move;

cosí tirai insú la donna grave dietro a Minerva per quell'arta via contra la forza di sue voglie prave.

E quanto a poco a poco io piú salía, tanto piú la gravezza venía manco di quella che me 'ngiú tirava pria.

Alla mia scorta appena era giunto anco, quando di lei nulla sentia fatiga, e fui leggero e niente era stanco.

--Chi è colei che dá qui tanta briga --diss'io a Palla,--e fa che l'uom s'arreste e, giú tirando i passi, altrui intriga?

--Parte è in voi angelica e celeste --rispose quella,--e fa che si cammine per sua natura a tutte cose oneste. p. 201 E questa ha sempre le voglie divine: della fatica presente non cura, sol che conduca altrui poscia a buon fine.

L'altra è parte brutale, vile e oscura; e questa guarda al diletto presente e per buon fin non sostien cosa dura.

Questa è l'ancilla mal obbediente, questa è la mala e repugnante legge a quella c'ha Dio posta in vostra mente.

Come il signor, che ben sua casa regge, la fante e la mogliera, ch'è provosa, battendola e privandola, corregge;

cosí costei alla ragion ritrosa ed arrogante, superba e proterva, batter conviensi e dargli poca posa:

allor verrá subietta come serva.

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