Italian poem
Capitolo Xviii
Dove si tratta delli centauri.
Quando giunsi nel monte suso ad alto, mirai la valle, maledetta chiostra, ove i centauri stanno a far l'assalto.
Come soldati, quando fan la mostra, spronando lor cavalli, van gagliardi, o come cavalier che vanno a giostra;
cosí i centauri lí con archi e dardi descorron per la valle a mille, a cento, veloci piú che tigri o leopardi.
Palla scendea la costa a passo lento: e 'l sesto miglio avea a scender forse, quand'io ebbi timore e gran pavento;
ché 'l maggior de' centauri sí s'accorse di noi che scendevamo, e presto e fiero con ben mille de' suoi, venendo, corse.
Non si mosse corsier mai sí leggiero, né capriolo ovver corrente cervo, com'ei correva superbo ed altiero
coll'arco teso in man. Ed in sul nervo egli avea giá una saetta posta; e, giunto, disse col parlar protervo:
--Fermate i passi e fate la risposta: con qual licenza qui, con qual valore ardite voi di scendere la costa,
senza licenza del nostro signore, che 'n mezzo il mondo siede triunfante, come re principale e imperadore? p. 184 A te saettarei, che vien dinante, se non che allo scudo mi rassembre amica di Perseo ed al sembiante.--
La dea rispose:--O animal bimembre, a cui ha dato forza il fiero Marte, e con cui 'l sol sta in mezzo di novembre,
l'onor dell'arme è anco mio in parte. Io son Bellona, che costui scorgo, che do nelle battaglie ingegno ed arte.
Veder lo puoi, se bene sguardi il Gorgo, ch'io porto nel mio scudo de cristallo, che per difesa innante al petto porgo.--
Chiron, che inseme è uomo e cavallo, udito questo, gli fe' reverenza, e féla far a ciascun suo vassallo.
Allora io scesi giú senza temenza ivi fra loro; e, poi ch'io vi fui giunto, uomini vidi stare a gran sentenza;
ché da' centauri a lor bevuto e smunto era lo sangue da tutte le vene, quanto ve n'era insin ch'era consunto.
E, quando è vòto, che piú non ne viene, e' son compressi e messi allo strettoio, e trattogli ogni umor con guai e pene.
Io vidi alcun solo aver l'ossa e 'l cuoio, e volergli esser anche il sangue tratto, gridando lui:--Oimè, oimè, ch'io muoio!--
Tra lor iustizia ha posto questo patto: che poscia son lasciati insin che cresce in loro il sangue e l'umor sia rifatto,
e poi ripresi, ed anco quanto n'esce lor tolto è 'l sangue, e, poiché son bevuti, restretti sonno e messi alle soppresce.
Fra quegli spirti magri e desvenuti Minerva, andando, tanto mi condusse, che tra quei duoli pungenti ed acuti p. 185 io trovai 'l Laberinto; e ch'ello fusse nol conoscea, se non ch'io vidi dentro quel che del toro Pasife produsse.
Egli mugghiava fortemente, e, mentro stav'io a vederlo e ad udir i lamenti, che l'anime facean nel cieco centro,
venían tre alme a quelli gran tormenti belle e membrute, pien di sangue e grasse, ma nella vista angosciose e dolenti.
Come leon, che allegro e crudo fasse, vista la preda, e mostra maggior ira, non altramente Nesso inver' lor trasse,
il quale amò la bella Deianira. Trasse il centauro che nutrí Achille, e come sanguesuga il sangue tira.
Trasse Medon ed Imbro e piú di mille; ed ognun le succhiava quanto puote, come cagnol che succhia le mammille.
Poscia che l'alme fûn del sangue vòte, divennon magre, ed ognuna si fece qual è la fame indosso e nelle gote.
Diss'io:--O spirti, se parlar vi lece, chi foste e perché sète sí destrutti? per qual iustizia o colpa o in qual vece?
--Capitan di campagna fummo tutti --rispose l'uno,--e qui per un cammino venuti a queste pene e a questi lutti.
Ed io, che parlo a te, sono Ambrosino, figliuol di Barnabò, del gran lombardo, e sol qui tra costor io fui latino.
L'altro, ch'è qui, è Annichin Mongardo; fra Moriale è 'l terzo; e questa asprezza abbiam, ch'ognun fu crudo e fu bugiardo.
E molt'erra chi crede aver fermezza fede d'uom d'arme ovver di meretrice, da che 'l denaio a suo piacer la spezza. p. 186 Se ben attendi al mio parlar che dice, vedrai ch'amor e fede mal si fonda, quando l'utilitate ha per radice.
Perché alla colpa la pena risponda, noi siam succhiati, che smongemmo altrui, quando noi fummo in la vita gioconda.
Se tra li vivi perverrete vui, dite a color che vanno a saccomanno, che faccian sí ch'e' non vengan fra nui.
Dite a Ioanni Aguto il nostro affanno, a Ioan d'Azzo, agli altri compagnoni, che per centauri su nel mondo stanno,
che la lor crudeltá li fa pregioni, ed e' si fan la corda che li mena, ove stan questi del sangue ghiottoni.--
Ed io a lui:--Ai miseri c'han pena, avervi compagnia, o n'han diletto, o veramente alquanto il duol raffrena.
Però mi di' perché hai tu suspetto che alcun non venga qui in questa soglia, ché non intendo ben perché l'hai detto.--
Ed egli a me:--Non per ben ch'io lor voglia, ma come su in ciel di piú consorti è piú letizia, qui è maggior doglia.--
Poi, perché funno allo strettoio attorti, per quella afflizion piú non mi disse; onde n'andammo tra' centauri forti.
E poco er'ita Palla, che s'affisse; e trovammo un gran mostro, in cui coloro curson cogli archi, e ciascuno el trafisse.
Sí come fa il leon che prende il toro, che 'l morde e per la fretta nol manduca, ma succhia il sangue dove ha fatto il foro,
ovver come fa l'orso, quando suca il favo mèl; cosí facean ad asto, succhiando il sangue a quel per ogni buca. p. 187 --Diomede son io, che son sí guasto-- --diss'egli a me,--che giá gli uomini vivi diedi a' cavalli miei per biada e pasto.
Se tu nel tuo emispero mai arrivi, prego che di lassú da te si dica (ed a chi nol puoi dir, fa' che lo scrivi)
che chi degli altru' affanni ovver fatica pasce cavalli o altra cosa vana, e chi, robbando, sua vita nutríca,
sará menato in questa valle strana, ove stan questi del sangue assetiti vieppiú che 'l cervio alla viva fontana.--
Poscia che avemmo i suoi sermoni uditi, Minerva verso un monte la via prese, nel qual senz'ali mai saremmo iti;
ch'avea le ripe sue tanto distese, che, secondo che disse la mia scorta, nullo mai vi salí ovver descese.
Vero è che giú ai piè era una porta, la quale aveva scritto su l'usciale queste parole in una pietra smorta:
«Chi vuol montare insú, di qui si sale; e suso sta in una gran pianura il gran Satán altiero e triunfale».
Allora intrammo quella porta scura.
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