Italian poem
Sovra carro funebre
by Federigo Meninni (1636–1712)
Sovra carro funebre con tartareo flagello i draghi alati furia di Flegetonte agita a volo. De l’enfiate palpebre ai guardi infetti e de la bocca ai fiati, d’ossame imputridito ingombra il suolo. Spettatrice di duolo fassi l’Esperia, e di conforti esausto, di tragedia fatal teatro infausto. Indomito veleno per le viscere altrui serpe baccante, mentre qual idra il suo livor propaga; sul margine tirreno con pestifero stral parca anelante di popolo infinito i petti impiaga; con tante morti appaga gli sdegni suoi, che di tristizia gonfi erge in orride bighe i suoi trïonfi. Spopolate le ville son di bifolchi e di guerrier le ròcche, di toghe i fòri e di ministri i tèmpi; di lacrimose stille son aride le luci, e le altrui bocche stanche di morte a detestar gli scempi; perché di madre adempi la terra i mesti uffici, ancorché vasta, l’ossa insepolte a sepellir non basta. D’antidoti salubri al contagio non è sicuro schermo da l’arte d’Epidauro unqua prescritto; su’ talami lugubri, mentre s’adopra a sollevar l’infermo, cade su l’egro il fisico trafitto; il genitore afflitto, di gelido pallore il volto tinto, spira l’anima in braccio al figlio estinto. Attaliche ricchezze, lacera povertá, rapido strugge con assalti improvvisi il morbo infame; fulminate bellezze, deformitá spiranti il foco adugge, di fiamme ingorde a sazïar la fame; a recider lo stame di tante vite, infra singulti e strida stanca la falce sua Cloto omicida. Fra sí tragiche scene io vivo, amico, e provvido riparo contra influsso maligno alzar m’ingegno; or co’ fogli d’Atene dal comun fato a riserbarmi imparo, or animando armonïoso un legno; degli Elisi nel regno, se resta il mondo in fra le stragi absorto, entro un mar di sudori io spero il porto. O di musici accenti delfico re, che d’immortali e casti lauri fregi il tuo crin sui gioghi ascrei, se da languidi armenti l’aure contaminate allor fugasti quando l’ostie fumâr sui colli idei, dagli aliti letei tu preservami intatto; in roghi accensi giá le vittime sveno, ardo gl’incensi. Sovra letto spiumato ove d’Olanda e di Getulia a scorno ricca pompa facean gli ostri e le tele, pallido, addolorato languia l’inclito Alfonso, a cui dintorno di ministri assistea turba fedele; al palpito crudele del suo petto anelante in dare esiglio, d’Esculapio non giova arte o consiglio. Tutto ciò che da l’erbe e dai fiori stillò chimica mano, de la vita real si sceglie a l’uso; le dovizie superbe di Cleopatra invan distempra, e ’nvano altri il biondo metal rende diffuso; ché al temerario fuso, benché gli ori de l’Ermo in tazza ei mesce, Cloto stami piú lunghi indarno accresce. Gusta appena di Faso l’ambito augel, che nauseante il rende antipatia di congiurati umori; da cruda sete invaso, che d’incendio vorace il sen gli accende, brama d’un fonte i gelidi liquori; e fra notturni errori, quand’altri le pupille aprir non ponno, vien co’ fantasmi a funestarlo il sonno. Cosí languia, quand’ecco le memorie erudite, espresse in fogli, con occhio immoto a contemplar s’accinse. Dal petto arido e secco gli occulti, inconsolabili cordogli tosto a fuggir con quelle note astrinse. In mar d’inchiostri estinse gli ardori esorbitanti, e gli diè scampo sol di bella virtú sereno un lampo.