Versos Italian Francesco Beccuti Mentre dal Tebro in su la destra riva

Italian poem

Mentre dal Tebro in su la destra riva

by (1509–1553)

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Mentre del Tebro in su la destra riva, tra rose e fiori, il dí sesto di maggio, le reti Amor d’un bel crin d’oro ordiva, che pur quel giorno tolse a Febo ’l raggio, l’empio suo fato a Coridone apriva ninfa gentil; ma Coridon, mal saggio, aveva ’l cor giá disviato altronde e solo udiva ’l mormorar de l'onde. — Mal si mira — dicea — per te sí fiso il vago Alessi, o meschinello amante: d’angelo il crine e le parole e ’l viso, ma il cor di tigre e ’l petto ha di diamante; sotto quel dolce e mansueto riso quanti son lacci, oh quante fiamme, oh quante! e i sereni occhi, dove Amore alloggia, giá promettono ai tuoi continua pioggia. Giá veggio ogni pensiero, ogni tua voglia, quantunque onesta, virtuosa e bella, chiamar da lui, che libertá ti spoglia, brutta, lasciva e di virtú rubella; veggio che non ti reca altro che doglia, che amore e servitute inganno appella, che l’ostinato cor via piú s’indura quanto è piú chiara la tua fede e pura. A che fuggi, meschin, sotto quel tetto seco la pioggia e cerchi altra fornace? a che mostrar bagnati gli occhi e ’l petto e ’l core acceso di piú ardente face, s’ei prende del tuo mal gioco e diletto? Vedi che gioia ti promette e pace con parole cortesi in vista e fide, poi con Tirsi di te motteggia e ride. Tirsi, rival tuo vero e finto amico, che, per coprir la fiamma ond’ei si sface, fa coprir te dopo un cespuglio antico ed udir come Alessi a lui non tace che t’odia e sprezza e ti è crudel nimico e fuor ch’i versi in te nulla gli piace; e per piú scorno poi Tirsi ammonisce ch’a te ridica che ’l tuo amor gradisce. Udendo ciò con le tue orecchie istesse, qual fia ’l tuo core e ’l tuo consiglio allora? or qual nodo saria che non rompesse sí giusto sdegno? E, non pur sazio ancora, col rio Dolon nova tragedia tesse, e del martir che fa provarti ogn’ora e de la tua sí lunga sofferenza ne fa scena ai pastori in tua presenza. Tre veggio tuoi rivali, ognun gradito, Dolone e Tirsi e ’l rustico Montano; te solo esser deriso e te schernito, te sol trovare ogni rimedio vano, e se hai grazia talor d’esser udito e ’l cor mostrargli in atto umile e piano, quanto è piú grande il tuo cordoglio e ’l pianto, e la durezza in lui cresce altrettanto. Per saldar l’alta piaga, oimè! che vale custodir l’altrui gregge e fuggir lunge? Nel fianco porti il velenoso strale, che, quanto corri piú, tanto piú punge. Non vedi tu che ’l tuo nimico ha l’ale e, dovunque tu vai, sempre ti giunge? E n’hai fatto oggimai piú d’una prova che lo star nóce e ’l fuggir nulla giova. Ritorna pur a le querele, al pianto e novi preghi e novi amici stanca; servi, dona, convita e fa pur quanto insegna Amor, ch’i suoi seguaci imbianca, che ingegno o studio non potrá far tanto, volgendo ’l freno da man destra e manca, che l’indomito core al tuo disio non fia sempre piú duro e piú restio. Ecco lo sdegno suo quattro e sei volte contra di te sí fieramente acceso, che, non pur che ti parli o che t’ascolte, da l’ombra tua, fia dal tuo nome offeso; non per tua colpa, ma per molte e molte false illusion che, non dal cielo sceso, un angel no, ma da l’abisso cieco, spargerá sempre e sará sempre seco. Veggio Damon gentil, veggio una schiera d’almi pastori inginocchiati alfine, acciò quest’alma dispietata e fiera ponga al suo sdegno ed al tuo pianto fine: non può vera umiltá né pietá vera né prego far che questo altier s’inchine, benché ti veggia in mar sin a la gola, a darti aiuto pur d’una parola. Per fuggir tanta crudeltade e nova, la patria lascerai senza far motto, né vorrai del suo nome udir piú nova; ma ti sará questo disegno rotto, perché ’l crudel, non che pietate ’l mova, ma da vergogna del suo errore indotto, scriverti di sua mano un dí si sforza queste piacevol note in dura scorza: «Pon giú l’affanno omai, ché ’l tempo e ’l vero hanno in me vinto ogni indurato affetto: se ti son parso oltra misura altiero, lo sdegno incolpa e ’l giovenil sospetto; or tocco e veggio col giudizio intiero quel che tu mi hai ben mille volte detto». Con sí dolci conforti e si soavi sgombrerai tutti i pensier tristi e gravi. Di gioia tornerai colmo e di speme a rivedere ’l caro volto amato, e lui vedrai conversar teco insieme con maniere cortesi e ciglio grato; ma tosto ’l cor, che nativo odio preme, a lui cangerá ’l viso, a te lo stato, e ti ritoglierá, pur come suole, la sua domestichezza e le parole. Spietato Alessi, aimè! perché gli nieghi quel ch’è del viver suo sostegno solo? A chi non porgerá lacrime e preghi? dove non spiegherá Dedalo ’l volo? Convien che ’l duro petto alfin si pieghi. Ecco ti rende, per piú affanno e duolo, bel commercio e ’l parlar dolce e saggio; ma ’l core è lunge e piú che mai selvaggio. Quindi vedrai di nubilose falde coprirsi spesso ’l bel volto sereno; quindi acri motti e voci irate e calde, sí spesso uscir del conturbato seno; quindi vedrai le tue speranze salde tutte romper nel mezzo e venir meno; quindi apparranno a lui brutti e molesti tuoi pensier tutti, opre, parole e gesti. Ecco del tuo sperar tutte le foglie seccarsi a l’apparir d’un Giugno ardente; ecco Alessi indurar pensieri e voglie per farti piú che mai tristo e dolente; ecco ch’alfin dal cor profondo scioglie l’ira e lo sdegno e mostra apertamente che t’odia a morte e piú che serpe aborre, che con tre lingue al sol fischiando corre. Per disfogar la fiamma e ’l tuo cordoglio esule andrai dove piú corre altiero questo almo iddio, né Celio o Campidoglio potrá dramma scemar del tuo pensiero; tornerai dunque a riveder lo scoglio dove rompesti, e non con legno intiero; né molto andrá che per virtú d’Opico sarai tre lune al bello Alessi amico. Opico saggio, che di magica arte oggi a tutti i maestri il nome invola, il cor di Alessi intenerisce e parte, come scioglie la lingua a la parola, e lo fa venir teco in ogni parte; né pur ti degna di tal grazia sola, ma ti dá in man del suo voler la briglia, tal che stupisce ognun di maraviglia. Ma, lasciando ’l buon mago il nostro colle per rivedere ’l campo di Quirino, il cor, che dianzi fu tenero e molle, tornerá piú che prima adamantino: l’ira, lo sdegno e l’odio in lui giá bolle, né può l'incanto vincere ’l destino; e tutto ’l mal che dá sotto la luna irato Amor tra sé voi ve e raguna. Per lui vedrai come si voli in cielo, come in un punto si trabocchi al basso; saprai come un cor arda in mezzo al gelo, come un uom si trasformi in freddo sasso; saprai com’esca velenoso ’l telo da ingrata man ch’a mercé chiuda ’l passo, e con lungo sudore e lungo stento mieter gli stecchi e stringer l’ombre e ’l vento. Tu sentirai cangiar tosto in amaro quel prima dolce e mansueto stile: il conversar d’ogni pastor gli è caro; solo il tuo sprezza e tiene indegno e vile. Ogni arte senza frutto, ogni riparo tenti, ed inchini or questo or quello umile, e ti convien passar tra ortiche e dumi e spesso rinnovar genti e costumi. Veggio che dietro al desir vano e cieco, sì come Aglauro, sei converso in pietra, perché ardisci mirar nel chiuso speco, dove, l’arco deposto e la faretra, si giace Alessi e ’l bello Aminta ha seco; veggio ch’alfin per te mercede impetra Caracciol tuo, ch’ogni dur’alma affrena col canto che gli die’ la sua sirena. Ma di ciò serba alto vestigio impresso nel fondo suo quel cupo orgoglio e queto; però gli sdegni saran pronti e spesso ti sará tolto il parlar dolce e lieto. Oh quante volte andrai fuor di te stesso nel piú riposto bosco e piú secreto! e quivi, aprendo al gran dolor le porte, scioglierai queste voci afflitte e morte: «Nulla te muove il suon de’ miei lamenti, o crudo Alessi, e del mio mal non curi: de le mie rime ai liquidi concenti chiudi l’orecchie e ’l cor qual aspe induri: giá mille notti e piú, triste e dolenti, giá mille giorni, piú che notte oscuri, te solo amando e sospirando, ho corso, né ritrovo al mio male alcun soccorso. Qual novo strazio, oimè! qual novo schermo piú di patir, piú di tentar mi resta? Tutto ho sofferto, amando: il core infermo non trova scampo in quella parte o in questa. Come percuote pino in alpe fermo or la pioggia ora il vento or la tempesta, cosí provo io repulse, ingiurie e scherni del mio saldo pensier nimici eterni. Che spero omai? che tua durezza muova, se tanta mia costanza e tanta fede, tanta umiltade e tanto amor non giova, non sí lungo servir senza mercede né d’aver môstro omai piú d’una prova? Ch’altro a te fine il mio desir non chiede che i tuoi detti soavi e gli occhi santi, ultima speme de’ cortesi amanti. Se fûr mai sempre le mie voglie oneste, piú d’un antro il può dire e piú d’un bosco, quando, maga virtú fosse o celeste, meco cercasti ’l bel paese tósco; ditel voi, stelle, voi che me vedeste giacer seco piú volte a l’aer fosco con quella fede e puritá che spesso fido can giace al suo signore appresso. Ma chi far ne potria fede piú chiara che ’l saggio Elpin, che si nascose un giorno dove Alessi talor per grazia rara solea secreto far meco soggiorno? E gli fu sopra ogni ventura cara vedermi solo a quel bel viso intorno e non far atto o dir parola senza onestade, modestia e riverenza. A te traluce senza velo alcuno il mio puro disio come cristallo; ma tu sfrenato 'l chiami ed importuno, per iscusar di tua durezza il callo: amo troppo, e notar sol di quest’uno error mi puoi, se l’amar troppo è fallo; ma chi l’amor con la beltá misura non dirá mai ch’io t’ami oltra misura. Tu vuoi, crudel, ch’io fugga e ch’io non ami, quando Amor piú m’accende e piú m’annoda, e che d’udirti e di vederti io brami e che mai non ti veggia e mai non t’oda, che ’l mio ben male e bene il mal mio chiami, che per te sempre pianga e mai non goda: sotto peso maggior non arse od alse chi giá sostenne il cielo e chi l’assalse. Ma se da l’amor mio l’odio tuo pende, né lunghezza di tempo, arte o consiglio né strazio alcun la libertá mi rende né giusto sdegno o volontario esiglio, e se la vita mia tanto t’offende, vien, Morte, e chiudi l’uno e l’altro ciglio; ma prima sappian queste selve ’l torto c’ho ricevuto amando e chi m’ha morto. Come pastor che si sommerge, spinto dal gregge che bagnava al fiume pieno, qual buon cultor dagli alti rami estinto ch’egli stesso piantò nel suo terreno, quasi villan da pietá sciocca vinto, che ’l serpe rio si riscaldò nel seno, da chi piú spero aita e piú mi deve, e tòsco e morte ’l servir mio riceve. Deh, questi ultimi preghi Amore accolga, sí che Alessi, ’l crudel, sotto ’l suo giogo provi ’l mal che altrui dona, e mai non colga frutto, se non qual io piangendo sfogo; ami chi lui sempre odi e non si sciolga insin al cener del funereo rogo». In cotal guisa udremo i tuoi lamenti spargere spesso, o Coridone, ai venti. Spesso vedrai, tra tanti affanni e tanti, ostinazione a crudeltade unita, negar ai giusti preghi, ai caldi pianti di una parola, di un sol guardo aita, ancor che dal tuo petto ’l cor ti schianti, ancor che manchi per dolor la vita; vedrá le sparse tue lacrime indarno il Tebro, ’l Chiagio, ’l Trasimeno e l’Arno. Non questo colle alberga o questo piano pastor sí rozzo e sí di stirpe oscuro, né da lunge verrá bifolco strano a visitar l’antico Augusto muro, né da fredde Alpi scenderá villano di costumi tant’aspro e tanto duro, che ad Alessi non sia di te piú grato; colpa non tua, ma del crudel tuo fato. Lauso, pastor leggiadro, ’l bel paese lascia di Lazio e passa monti e fiumi; quivi si ferma e, le tue pene intese, cerca Alessi addolcir coi suoi costumi, e gli si scopre amico e sí cortese che ’l proprio cor gli dona e i propri lumi l’amata Clizia, e fa che Alessi viva, che, tacendo ed amando, a morte giva. Né di ciò chiede a lui piú largo merto se non che per pietade e per mercede fra tre giorni a te mostri un segno aperto ch’egli ’l tuo amor gradisce e la tua fede. Promette Alessi e giura fermo e certo far piú di quel che ’l gentil Lauso chiede; poi ti costringe a dir (né serva ’l patto) a Lauso che di lui sei sodisfatto. A che non tiri e sforzi un mortal petto, o nequitoso e dispietato Amore? Da la tua forza è Coridone astretto in suo danno mentir con doppio errore ed un’affezion vòta d’effetto chiamar vera mercede a tant’ardore; e si dimostra lieto e grazie rende di quel che piú l’attrista e piú l’offende. S’Amor giá mai con stral di piombo o d’oro di contrario voler duo petti punse per darne esempio a l’amoroso coro, tal oggi Alessi e Coridon disgiunse. Dafne gradí, poi che fu verde alloro, l’amante, e fregio a le sue chiome aggiunse; ma costui, cangi stato o muti forma, fuggirá sempre de’ tuoi passi l’orma. Oh quante indignitadi addietro lasso, quante miserie che tacere è bello! Avrai, dal lungo travagliar poi lasso, penitenza a le spalle e ’l suo flagello; di Tantal proverai la sete e ’l sasso di Sisifo e di Tizio il fiero augello; un lustro insomma con perpetuo scherno o se maggior supplizio è ne l’inferno. — Scolorí Febo al suo tacer le bionde chiome e ritolse innanzi sera il giorno: s’udir fremere i venti e mugghiar l’onde, sussurrar l’api in quel bel prato adorno, scuotersi i rami e sibilar le fronde, pianger gli augei che gian volando intorno; e’ predicevan tutti in lor sermone l’infelice destin di Coridone.