Italian poem
Sonetto della massara
by Francesco Berni (1610–1673)
Io ho per cameriera mia l’Ancroia, madre di Ferraù, zia di Morgante, arcavola maggior dell’Amostante, balia del turco e suocera del boia.
È la sua pelle di razza di stoia, morbida come quella del leofante: non credo che si trovi al mondo fante più orrenda, più sucida e squarquoia.
Ha del labro un gheron, di sopra, manco: una sassata glie lo portò via quando si combatteva Castelfranco.
Pare il suo capo la cosmografia, pien d’isolette d’azzurro e di bianco, commesse dalla tigna di tarsìa.
Il dì de Befanìa vo’ porla per befana alla finestra, perché qualch’un le dia d’una balestra;
ché l’è sì fiera e alpestra che le daran nel capo d’un bolzone, in cambio di cicogna e d’airone.
S’ella andasse carpone, parrebbe una scrofaccia o una miccia, ch’abbia le poppe a guisa di salciccia;
vieta, grinza e arsiccia, secca dal fumo e tinta in verde e giallo, con porri e schianze suvi e qualche callo.
Non li fu dato in fallo la lingua e i denti di mirabil tempre, perché ella ciarla e mangia sempre sempre.
Convien ch’io mi distempre a dir ch’uscisse di man di famigli; e che la trentavecchia ora mi pigli.
Fûr de’ vostri consigli, compar, che per le man me la metteste per una fante dal dì delle feste;
credo che lo faceste con animo d’andarvene al vicario et accusarme per concubinario.