Versos Italian Gabriele D'Annunzio Gorgon

Italian poem

Gorgon

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L’Asiatico già tende le braccia trepidamente verso l’imo ignoto: attonito, fra i calici de ’l loto ei vede arguta ridere una faccia.

Ella avea diffuso in volto quel pallor cupo che adoro. Le splendca l’alma ne li occhi quale in chiare acque un tesoro.

Ne la bocca era il sorriso fulgidissimo e crudele che il divino Leonardo perseguì ne le sue tele.

Quel sorriso tristamente combattea con la dolcezza de’ lunghi occhi e dava un fascino sovrumano a la bellezza

de le teste feminili che il gran Vinci amava. Un fiore doloroso era la bocca, e un misterioso odore

esalava ne ’l respiro. I capelli aridi in onde s’accoglieano su le tempie, su la nuca, di profonde

voluttà larghi a l’amante che scioglieali ne l’alcova, forse; e avean talor riflessi di viola, come a prova

de la fiamma il puro acciaio.

Questa nobil donna un giorno io conobbi. Era l’estate ampia; e dolce il mare intorno

diffondevasi nel sole, come un drappo suntuoso. Templi, portici, obelischi partoria l’imaginoso

vespro; e a fior de ’l mare pénsili le sottili architetture si moveano lentamente: emergean lunghe figure

fra li intercolonni, a un tratto, mostri umani o bestiali; s’immergeano li edifizi ne le fredde acque natali.

Ella, sola, su la loggia, tutta involta da i prestigi de ’l tramonto, in attitudine d’indolenza, li occhi grigi

tenea quasi semichiusi. Quando Alberto Delle Some, conducendomi cortese presso a lei, disse il mio nome,

ella volse il capo e li occhi grandi aprì su la mia faccia. Poi mi porse ambo le mani sorridendo. Avea le braccia

sino al gomito scoperte, bianche, pure, di squisite forme; a’ bei polsi rotondi eran finamente unite,

come a stel fiori, le mani. Oh divine mani, oh bianche mani ch’io non ho baciate! Si posavan, come stanche,

su ’l marmoreo davanzale; e le lunghe ésili dita risplendevano di anelli. Io sentia dolce la vita

mia fluire ed i capelli divenir gelidi, quasi per un’ideal carezza, da sottil fremito invasi.

Ella, semplice, parlava, con la sua voce sonora, lievemente roca a tratti. Una preziosa flora

nascea lenta ora da ’l mare, a’ nostri occhi. Li edifizi giacean spenti in fondo a l’acque. Pe’ i mirabili artifizi

de la luce ora sorgevano, come calici di gigli, alte trombe, e si spandevano; e nutrite dai vermigli

fumi in cielo prendean tutte forma d’alberi. Viole d’improvviso da le arboree forme piovvero, e ne ’l sole

tutto il mare allora parve brulicante di meduse. Ella tacque. Io la guardava. In quell’attimo confuse

le nostre anime rimasero. Io non seppi dirle: – V’amo. Ella, forse paventando l’ora, disse: – Rientriamo;

è già tardi. Io vi saluto. – E, tendendo la sicura man, sorrise un’altra volta. Quindi uscì.

La sua figura

ondeggiava alta ne ’l passo, con un ritmo affascinante. Un pensier dolce mi venne: – Io sarò forse l’amante;

io felice le mie notti dormirò sopra il suo cuore! – Ah, perchè voi mi fuggiste? Ebro, come d’un liquore

troppo forte, ebro di voi, de ’l ricordo di voi, sento da quel giorno in tutti i baci, sento in ogni blandimento

feminile, sento in ogni voluttà più desiata, o signora, voi, voi sola; voi che tanto avrei amata!