Italian poem
I tributarii
I TRIBUTARII.
Q
E non è dato a noi votar la colma tazza, distinguerne i sapori. Chi loderà l’Ombrone cui Lorenzo già vide rompere dallo speco dietro le trecce d’Ambra? Ancóra ei grida all’Arno: “In te mia speme è sola. Soccorri presto, ché la ninfa vola.„
Chi loderà il Bisenzio sì caro a quell’antico favolatore ornato che lodò la bellezza della donna perfetta? E chi la Pescia e l’Era? E chi la Pesa e l’Elsa? Chi la Greve e la Sieve? e i rivi freddi e molli del Casentino giù pe’ verdi colli?
Strepiti freschi in sassi politi, argille chiare, argini d’erba, file di pioppi alti, vivai
di salci giovinetti, cupe conche pescose, ombre che il quadrel d’oro fiede, ambigui meandri, or chi di voi si gode e tempra nel cor suo la vostra lode?
Questa è la foce; e quanto paese l’acqua corre, che non godiamo immoti! Le valli sono cave come la man che beve, i monti gonfii come mammella non premuta. Il gregge passa il guado. Il mulino rintrona. Solingo è un fonte nella Falterona.
Cade la sera. Nasce la luna dalla Verna cruda, roseo nimbo di tal ch’effonde pace senza parola dire. Pace hanno tutti i gioghi. Si fa più dolce il lungo dorso del Pratomagno
come se blandimento d’amica man l’induca a sopor lento.
Su i pianori selvosi ardon le carbonaie, solenni fuochi in vista. L’Arno luce fra i pioppi. Stormire grande, ad ogni soffio, vince il corale ploro de’ flauti alati che la gramigna asconde. E non s’ode altra voce. Dai monti l’acqua corre a questa foce.