English poem
Ad Amore
by Gabriele Rossetti (1783–1854)
Alato bambino, Tiranno de’ cuori, Ch’io segua il cammino Che innanzi m’infiori? Unendomi teco Ch’io veggio sì cieco, Oh quanto sarei Più cieco di te! Pur troppo gemei, Fanciullo inumano! Ma i lacci funesti Che al piè mi cingesti Del Tempo la mano Mi sciolse dal piè.
A credulo cuore Tu scaltro dispensi Contento ed ardore Che inebbriano i sensi: Ma in mezzo al contento Prepari il tormento; L’ardor ti precede, Ti segue il languor. Nè l’alma si avvede Del passo imprudente Che quando a fuggire Le manca l’ardire, Che quando si sente Già vinta dal cuor.
Quel dì che sul mondo Vagisti bambino, Un cenno iracondo Del sordo Destino Di face ferale La destra immortale Di penne funeste Il dorso ti armò. Le penne son queste, O nume fallace, Che a Pari infedele Gonfiaron le vele, E questa è la face Che Troia bruciò.
Tu godi, o tiranno, Di sparger la terra Di gioia, d’affanno, Di pace, di guerra; Ma finta è la pace, La guerra è verace, L’affanno rimane, La gioia sen va. Insidie sì strane Ci ordisci, ci tendi, Che a render prigione L’augusta Ragione, Tuoi complici rendi Ingegno e Beltà.
Chi crede a’ tuoi detti Ne attenda la fine; Le rose prometti Per dargli le spine: Ben sento che giova Saperlo per prova; Ma troppo al mio cuore Tal prova costò. La via del dolore Io teco calcava; Ma in mezzo del corso Intesi il Rimorso Che ferma, gridava, Ma tardi gridò.
Quel giorno che il velo Mi cadde dal ciglio, Rimasi di gelo Scorgendo il periglio: Sul velo squarciato, Sul laccio spezzato, Il canto innalzai Di mia libertà. Ah libero omai Dal giogo abborrito, Sull’ara tua stessa Crollata, depressa, Innalzo pentito L’altar d’Amistà.
1813.
B.