Versos Italian Gabriello Chiabrera Io ben tre volte dalla spoglia aurata

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Io ben tre volte dalla spoglia aurata

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Io ben tre volte dalla spoglia aurata L’eburnea lira mi recai davanti, D’ogni sua corda armata; Volea, che tra’ suoi canti Sull’ali delle Muse alto levasse Del buon Trivulzio i vanti; Ma quanti colpi e quanti Passaggi in vario tuon l’arco tentasse, Un roco appena mormorío ne trasse. Forse le corde all’alta Esperia amiche Tacquer di lui, che fu perpetuo Marte Delle schiere nemiche; Ma distendendo in parte Tue vive glorie, Milanese Ulisse, Farò mia solit’arte; Che pur vergò le carte Penna di Febo, ed altamente scrisse Di tal che irato anco la patria afflisse. Nobile alma quaggiù fulminea spira, Se grave ingiuria altrui la muove a sdegno, E di diaspro ha l’ira: Schivo dell’altrui regno Forte il Trivulzio armò l’arco Francese, E ’l suo Milan fe’ segno: Or se chiamarlo è degno Forse crudel, mentre l’Italia offese, Certo non vil nelle guerriere imprese. Adda se ’l sa, sallo sanguigno il Taro Nel dì crudel, che le togate genti A loro angoscia armaro; Il Taro, allorchè intenti Eran di Carlo ad oscurar gli allori Gl’Italici frementi; Ma diè lor speme a’ venti, Frenando ei sol col fiammeggiar degli ori Le destre pronte a trapassar ne i cori. E non men l’Alpe inaccessibil scorse Dell’armata sua man gran meraviglia, Quand’ei primier là corse; Ninfe, alpestre famiglia, Cui danzan nude fra gli aerei calli Il chiuso orror consiglia, Di che stupor le ciglia Gravaste, udendo ed annitrir cavalli Per l’alte nubi, e rimbombar metalli? O glorioso, o venturoso Alcide, Ch’ode cantar, che tanti mostri ei spense; Se Gerione ancide Ei per l’orribil dense Caligini sen va, campi di pena, E per le fiamme accense; E le tre fauci immense, Alta guardia di Dite, inclito mena, Mostro immortal sotto mortal catena. Altri è, per cui dal Ciel si mosse un nembo Di nubi no, ma di bell’oro, e venne Alla sì chiusa in grembo: Ei com’Aquila tenne Celeste via sotto ferrato usbergo, Il piè cinto di penne, E lui, che alto sostenne Le stelle in Libia, e tutto il Ciel sul tergo, Fece monte, di gel perpetuo albergo.