Italian poem
Canti — XXXIX (Spento il diurno raggio in…)
Spento il diurno raggio in occidente, E queto il fumo delle ville, e queta De' cani era la voce e della gente;
Quand'ella, vòlta all'amorosa meta, Si ritrovò nel mezzo ad una landa Quanto foss'altra mai vezzosa e lieta.
Spandeva il suo chiaror per ogni banda La sorella del sole, e fea d'argento Gli arbori ch'a quel loco eran ghirlanda.
I ramuscelli ivan cantando al vento, E in un con l'usignol che sempre piagne Fra i tronchi un rivo fea dolce lamento.
Limpido il mar da lungi, e le campagne E le foreste, e tutte ad una ad una Le cime si scoprian delle montagne.
In queta ombra giacea la valle bruna, E i collicelli intorno rivestia Del suo candor la rugiadosa luna.
Sola tenea la taciturna via La donna, e il vento che gli odori spande. Molle passar sul volto si sentia.
Se lieta fosse, è van che tu dimande: Piacer prendea di quella vista, e il bene Che il cor le prometteva era più grande.
Come fuggiste, o belle ore serene! Dilettevol quaggiù null'altro dura, Nè si ferma giammai, se non la spene.
Ecco turbar la notte, e farsi oscura La sembianza del ciel, ch'era sì bella. E il piacer in colei farsi paura.
Un nugol torbo, padre di procella, Sorgea di dietro ai monti, e crescea tanto. Che più non si scopria luna nè stella.
Spiegarsi ella il vedea per ogni canto, E salir su per l'aria a poco a poco. E far sovra il suo capo a quella ammanto.
Veniva il poco lume ognor più fioco; E intanto al bosco si destava il vento. Al bosco là del dilettoso loco.
E si fea più gagliardo ogni momento. Tal che a forza era desto e svolazzava Tra le frondi ogni augel per lo spavento.
E la nube, crescendo, in giù calava Vèr la marina sì, che l'un suo lembo Toccava i monti, e l'altro il mar toccava.
Già tutto a cieca oscuritade in grembo, S'incominciava udir fremer la pioggia, E il suon cresceva all'appressar del nembo.
Dentro le nubi in paurosa foggia Guizzavan lampi, e la fean batter gli occhi; E n'era il terren tristo, e l'aria roggia.
Disciòr sentia la misera i ginocchi; E già muggiva il tuon simile al metro Di torrente che d'alto in giù trabocchi.
Talvolta ella ristava, e l'aer tetro Guardava sbigottita, e poi correa, Sì che i panni e le chiome ivano addietro.
E il duro vento col petto rompea, Che gocce fredde giù per l'aria nera In sul volto soffiando lo spingea.
E il tuon venìale incontro come fera. Rugghiando orribilmente e senza posa; E cresceva la pioggia e la bufera.
E d'ogni intorno era terribil cosa Il volar polve e fiondi e rami e sassi, E il suon die immaginar l'alma non osa.
Ella dal lampo affaticati e lassi Coprendo gli occhi, e stretti i panni al seno Già pur tra il nembo accelerando i passi.
Ma nella vista ancor l'era il baleno Ardendo sì, ch'alfin dallo spavento Fermò l'andare, e il cor le venne meno.
E si rivolse indietro. E in quel momento Si spense il lampo, e tornò buio l'etra. Ed acchetossi il tuono, e stette il vento.
Taceva il tutto; ed ella era di pietra.