Versos Italian Giacomo Leopardi Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica

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Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica

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Sudate, o fochi, a preparar metalli,

Via cominciam co ’l fulmine tremendo mandò in pezzi di flegra la montagna, e ’l baratro a’ giganti aperse orrendo giove, che spunta ancor con le calcagna. dell’auree stelle i solidi adamanti che son cerchi a cui ’l ciel fa di lavagna. O che bel fraseggiare! o che galanti pensieri! Aspetto ancor che sien le stelle a forza d’armonia palei rotanti.

Tutto noia si fa, l’amore e il sonno e i dolci canti e i graziosi balli,

Sì come quando graziosi in cielo rifulgon gli astri intorno della luna, e l’aere è senza vento, e si discopre ogni cima de’ monti ed ogni selva ed ogni torre; allor che su nell’alto tutto quanto l’immenso etra si schiude, e vedesi ogni stella, e ne gioisce il pastor dentro all’alma.

Adspirant aurae in noctem, nec candida cursus luna negat, splendet tremulo sub lumine pontus. Proxima Circaeae raduntur litora terrae, dives inaccessos ubi Solis filia lucos adsiduo resonat cantu, tectisque superbis urit odoratam nocturna in lumina cedrum, arguto tenues percurrens pectine telas. Hinc exaudiri gemitus iraeque leonum vincla recusantum et sera sub nocte rudentum.

Ahi ahi, quando le malve o l’appio verde o il crespo aneto negli orti perio, si ravviva un altr’anno e rifiorisce. Ma noi que’ grandi e forti uomini o saggi, come prima siam morti, in cava fossa lungo infinito ineccitabil sonno dormiam, dov’altri mai voce non ode: e tu starai sotterra ascoso e muto, quando parve alle ninfe eterno canto dare alla rana: a cui però non porto invidia, che canzon dolce non canta.

Qualis populea moerens Philomela sub umbra amissos queritur foetus, quos durus arator observans, nido implumes detraxit: at illa flet noctem, ramoque sedens miserabile carmen integrata et moestis late loca questibus implet.

Che là sul colle e in seno al praticello dell’usignuol discopri la signora, quella per cui l’innamorato augello fa la sua risonar voce canora; e del suo vago al canto un verginale rossor la donna de’ bei fior colora. Lontana là dal verno occidentale, da freddi venti, da gelata brina, e blandita da Zefiro vitale la dei giardin, dell’usignuol regina il profumo che a lei natura diede ne’ suoi calici accoglie, e sì lo affina che in più soave incenso al ciel poi riede. Oh quanta i suoi sospir spargon fragranza!

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