Italian poem
Signor mio dilettissimo
by Giovanni Battista Brancadori Perini (1674–1711)
SIgnor mio dilettissimo, Orchè vicino è il termine, Che abbandonando l’Arbia Verrete a star su ’l Tevere; Di darvi io mi delibero Alcune poche regole, Acciocch’essendo giovine Voi non perdiate il credito. Prendete un Ministero, Che a dargli buon recapito Vi vuol la faccia rigida, Ma non superba l’anima. Se voi vorrete vivere Com’uom di fama celebre, Bisogna aver giudizio, Per fare il vostro debito. Talor degli spropositi Vedrete in ogni genere, Nè voi con voce libera Dovete far da Sindaco. E’ ver, ch’è una grand’opera A far, che sia un miracolo Ciò, che saria ridicolo Per entro una commedia. Ma come fan le femine, Che spesso s’imbellettano, E con tal finta maschera Il cuor dell’uomo adescano; Così bisogna fingere, E sotto il velo ascondere Di qualche virtù nobile Ciò, che sarebbe vizio. Bisogna far con Bartolo Tal volta da Politico, E ’l Macchiavello leggere, Per quindi far da Giudice. L’Arte, che sempre domina In Corte, a ben’intenderla Ella è di saper correre. Conforme i venti soffiano. Quindi con faccia pallida Taluno fa l’Ipocrita, E cinto d’un bel ruvido S’acquista molto merito: E ascoso in una Camera, Al suo Padron visibile, Sol colle labbra mastica Un finto Responsorio Ma poco dopo il vespero All’aria de’ crepuscoli Sen corre a far le treccole Coll’innocenti Tortore. Questo è un costume pessimo, Che a sdegno Dio suol muovere E nelle sagre pagine Si piange a calde lagrime, Si può lodar un Principe, Benchè non sappia leggere, E dir, ch’è più d’un Tullio Sapiente, e d’un Demostene, Ciò punto non pregiudica, Nè mal te non può nascere: Ch’importa a te, se un asino Abbia una veste splendida? Ma quando poi l’intrinseco S’ha da lodar d’un’animo, Bisogna far lo stitico, E dire il Ver, che sentesi. Se a lui piace la Musica, O pur di suonar gl’Organi, Di pur, che a lui può cedere Il Pasqualino Tiepoli. S’ei vuol far da Filosofo, Dì pur, ch’è un Aristotile, E nell’Arte Poetica Più dotto ancor d’Orazio. A te punto non montano Queste Pazzie frenetiche, Nè devi far da Suocero Sù i punti, e le parentesi. In somma bisogn’essere Agnello con le pecore, E farsi talor mungere Per allattare i bufali. Intesi ciò per pratica Da quelli, che passeggiano Le Corti, e l’Anticamere, Che ’l Cielo me ne liberi. Un’Arte poi grandissima Ci vuole a dar recapito A tante teste torbide De’ Cortigiani pallidi. Saranno spiantatissimi Più d’una vecchia rovere, E voglion far da Principi Senza denari, o crediti. Con dieci scudi, o dodici, Arsi, spelati, e miseri Si vantano, che a tavola Mangian fagiani, e cefali. E spesso poi ti ruttano Un fiato sì spiacevole, Clh’è manifesto indizio D’aglj, di biete, e cavoli, È cosa da far ridere Le Druzzole, e le Trottole, I Gamberi, e i Papaveri, Le Chiocciole, e il Pinottoli; Qualor ti compariscono Con fiocchi, nastri, e dondoli; Che pajon tante bestie, Che mettonsi alla vendita. Con fasto tal passeggiano Vestiti d’un bell’abito, Pieno di polver ciprio Come il gran Cam de’Tartari. Ma spesso nella Bussola Della lor Porta trovano: Citetur l’Illustrissimo Marchese Gonfia-nuvoli. E se non può rispondere Si mette tosto in vendita La ricca suppellettile, Abramo, Elia instantibus. Quindi con volto squallido Si stan per l’anticamere Ed al Bruscello aspettano Qualche Merlotto tenero. Una parola ambigua Di quel, cui dessi servono, Spesso la soglion vendere Più di cinquanta Talleri. Così sì ringalluzzano, E fanno gli Arcifanfani, Ma quel, ch’è più, in un attimo Tornar il vedi al solito. Se accade poi discorrere Di Nuove, o di Politica, Ti contan cento frottole, E mille, e più spropositi. Diran, che il Franco esercito Tanta assediar Dalmazia Fortezza famosissima Nel Regno dell’Insubria. Che son molesti gl’Ungheri All’Isola di Gheldria, E in guisa tal confondono Co i Regni le Provincie. Ma che dirò de’ Famuli, Gente ubriaca, e sordida, Avvezza sempre a vivere Nel giuoco, e nella crapola? Questa è una razza pessima, E tu quanto puoi fuggila, Che spesso ancor co i pavoli Ti sa tradire, e perdere, Ciò che t’ho detto è piccola Parte di quelle Massime, Che nelle Corti regnano, Tranne di lor pochissine. A te, Signor, un Principe Ti diè sorte benefica, Saggio, prudente, amabile, Che in tutta Roma adorasi. E ben vegg’io, che scegliere Suol fra i migliori gl’ottimi, Se prese te fra ’l numero Di tanti al Mondo celebri. Dunque che fai più remore? Vieni, che al seno stringere Ti vuò col dolce vincolo Di fede, e d’amor tenero. Di Roma nel dì dodici Del Mese, in cui si pigliano Tordi, Fringuelli, e Lodole Ti scrive il tuo Canonico.