Versos Italian Giovanni Battista Brancadori Perini Vuole Amor, ch'io canti e scriva

Italian poem

Vuole Amor, ch'io canti e scriva

by (1674–1711)

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VUole Amor ch’io canti e scriva Di colei, che il Tebro onora, Di colei, che sola è Diva, E mill’anime innamora E scolora Col suo bel l’Alba nascente Più vezzosa, e più ridente. Dunque il Greco Anacreonte Nel mio cuor fervido scenda E con rime ardite, e pronte Tutto tutto il sen m’accenda, E mai renda Col favor della sua cetra Chiaro, al Mondo, e chiaro all’Etra. Già mi sento di lui pieno E un furor di nobil canto Mi divampa entro del seno. Cieco Amor se tu puoi tanto, Dammi il vanto Ch’io t’adori, e all’alta impresa Rendi omai mia mente accesa. Ma qual penna ha tal valore Di ritrar quel nobil volto, Che in incendio alto d’amore Arde tutto in se raccolto? Ahi che stolto È il penster di chi s’adopra Por la mano a sì grand’opra! Di splendore aureo divino Dolce sguardo in lei fiammeggia, E d’un oro porporino Il suo volto ecco lampeggia; Ma la Reggia Dell’amor, del brio, del riso È la bocca, onor del viso. Bella bocca, onde gl’accenti Suol vibrar con sì bell’arte, E gl’Eoi rubini ardenti Or dimostra, or cela in parte; E comparte Tal dolcezza in chi la mira, Che d’amore arde, e sospira. Ma se volgo ardito il ciglio Alle due guance vezzose, Nel candore, e nel vermiglio Vincon queste e gigli, e rose; Che dispose Così ’l Ciel per sua ventura, Che costei vinca Natura. Ne’ suoi lumi ha per costume Di seder fra ’l bianco, e ’l nero D’onestà l’eccelso Nume, Che di lei tiene l’impero, E l’altero Guardo in lei governa, e regge; Che l’altrui desir corregge. Che dirò di quella mano Bianea più d’avorio schietto, Cui non giunse ingegno umano, Nè per opra Mastro eletto? Che del petto, Cui fan termine, e confine Bianche nevi alabastrine? Muove il piè con tanto brio, Sì leggiadra agile e snella, Che nè Fiume, Fonte, e Rio Eguagliar si puote a quella; È novella Grazìosa, e vaga Dea, Bella più di Citerea. Sicchè tu nella gran lite Vincer puoi la Dea d’Amore, Non che Palla, e Giuno unite: Qual fia dunque aureo colore, Qual Pittore Che di te l’immagin viva Formar possa eccelsa Diva? Deh quel giorno, in cui vid’io Sì bel Nume in umil vesta Passeggiar dal Fonte al Rio In leggiadra forma onesta, Mai funesta Nube il turbi; e sia d’intorno Più seren d’ogn’altro giorno. In virtù del suo bel piede Primavera alma, e vermiglia Nascer vidi oltre ogni fede, E al vibrar delle sue ciglia Maraviglia. Diventò tutto quel Prato, D’erbe, e fior vago, e gemmato. Deh quel giorno, in cui fu vista Ninfa al sedere a mensa Tra i Pastor confusa, e mista, Piena d’alta gioja immensa, Mai la densa Fiera grandine percuota Giorno tal, finchè il Ciel ruota. Col suo labbro porporino Di gustar quivi le piacque Dolce ambrosia di rubino, Che nel sen di flora nacque, E si tacque Ogni Augello al grato invito Più canoro, e più spedito. Poi sì disse: a te sacrato Sia, o DAMETA, il nappo d’oro, E per te mia fia più grato Che del Gange aureo tesoro; Quindi il Coro De’ Pastor gridò con lieta Voce al ciel: Viva DAMETA. Viva pur DAMETA, e sia Di costanza un raro esempio, Nè la Sorte iniqua, e ria Del suo Amor distrugga il tempio, Orchè l’empio Suo destin preme Costei Cara agl’uomini, e agli Dei.