Versos Italian Giovanni Marchetti In morte del conte Giulio Perticari

Italian poem

In morte del conte Giulio Perticari

by (1745–1817)

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Quanto di basse voglie D’ignoranza e d’errori alto la faccia Tiene, e ’l secol minaccia, S’ allegri e segua a ringraziar fortuna: Ma dovunque s’accoglie Dell’antico valor favilla alcuna, Degno ben è ch’ivi risuoni il pianto. Oimè! rotto è quel santo Lauro, di che già tanto si compiacque II disfiorato italico giardino; Dopo breve cammino Secco è quel puro fiume, onde men chiaro Parve il nume gentil da le bell’acque; Caduto è il vivo tempio, in cui riparo Ogni ardente virtude avea pur dianzi: E parton Morte e Gloria i sacri avanzi. Disparito è colui, Ch’ove intelletto uman rado pervenne S’ergea con forti penne: E la comun speranza, che si già Testè dinanzi a lui Lieta volando, a mezzo della via Vedova sconsolata indietro torna. Ahi! che più non aggiorna (Dice) il novello lume ch’io vedea Presso a raggiar da quell’eccelsa mente, E far chiari alla gente I bei costumi, ond’eri, o dolce madre, Non serva donna, ma regina e dea. Ahi! di qual ben, di quante alte e leggiadre Cose il pensare e l’aspettar vien manco; Ch’io non so quando il cielo in noi sia stanco. E mentre, sospirando, Il viso di pietà già molle al petto Inchina, un giovinetto Tutto vestito di color di foco Sopravvien lacrimando, E grida: Io sono Amor del natio loco, Che sì mirabilmente a lui m’appresi; lo la sua luce incesi, Io lo scorsi per vie ardue e diverse A dar di sè maravigliosi esempi, Sì che a mirar ne’ tempi, Già gloriosi di parole ornate E di sensi magnanimi, converse Gli occhi di questa mal condotta etate, Cui non invan le antiche opre fur conte; E men vergogna le gravò la fronte. O di noi degni e cari Ragionamenti, o bei desiri, o speme Cui ci levammo insieme, O nostro meditar tanto e sì vano! In questo dir gli amari Passi riprende, e dolce oltre uso umano Mestissima armonia per l’aere suona. O italico Elicona, Non altrimenti, credo, lamentavi Lo dì che avvolta in un fiorito nembo Del tuo diletto L’inclita vita si ridusse in cielo: E intorbidò tuo fonte le soavi Linfe, e pe’ sacri margini ogni stelo Cadde, e s’udia: Morte, il miglior ne pigli; Oh quanto è lungi ancor chi lui somigli! Spirto, a sì tarda e bassa Stagion serbato, or chi tuo lume asconde A noi? Perchè là, donde Tardi venuto se’, ratto se’ corso? Benigno astro, che passa Velocemente, ma nel breve corso Pur quanto può di sua virtù ne piove; Deh per le prime e nove Dolcezze di quel guardo che girasti A cercar per l’eterne rote, Se mortal cosa or puote In te, già duce a’ la più nobil guerra, Che il retto, il vero, e ’l comun bene amasti, Vedi quanto di te rimansi in terra Disio: pon mente a tue sovrane lodi; E in un del cielo e di quaggiù ti godi. Canzon, come tu piangi, Così pianger vedrai Tutte dinanzi a’ te le tue sorelle. Non ti maravigliar: nemiche stelle Questa superba in pria del mondo parte Disertar sì, che omai Non più di cetre o trombe L’usato suon, ma il piangere è nostr’arte, E nostra gloria son ruine e tombe.