Italian poem
Andrée
No, no. La voce che giungea per l’aria fosca, da terra, come gridi umani, era lo strillo della procellaria,
ch’ama li scogli soli, gli uragani inascoltati. O forse (era di bimbi quasi un guaire?), o forse di gabbiani.
Un suono s’alza qua e là di limbi queruli nell’estrema ombra inaccessa: sono i gabbiani; dicono. O colimbi
forse? o la skua? Forse la skua. Quand’essa svola sui ghiacci, esce da mille nidi un pianto acuto; chè, con lei, s’appressa
la morte. O vani, muti, intimi gridi tuoi, del tuo cuore...? Udiva anche il gabbiere, e nell’orecchio del gabbier tu fidi.
Sì: ma fu certo rombo di scogliere, crollo di rupi, urlo di vento, affanno d’ancor lontane, pure in via, bufere,
il mare, il cielo, o navichier normanno:
non era Andrèe. Centauro alla cui corsa la nube è fango e il vano vento è suolo, egli volava verso la Grande Orsa.
E l’alche prima videro il suo volo; poi più nessuno; sì che al fin non c’era che il suo gran cuore che battea sul polo.
Però ch’ei giunse al lembo della sera, e su l’immoto culmine polare stette, come su rupe aquila nera.
Ardea la stella pendula del mare, lampada eterna, sopra la sua testa, e pareva nell’alta ombra oscillare.
Vide in suo cuore fissi egli, da questa onda e da quella d’ogni mar selvaggio, di tra la calma, di tra la tempesta,
oh! mille e mille e mille occhi, nel raggio che ardeva a lui sul capo; ed, in un punto, a quelli occhi che vide in un miraggio
subito, immenso, annunziò: Son giunto!
Allor, sott’esso, grave sonò l’inno degl’iperborei sacri cigni: un lento, interrotto, d’ignote arpe tintinno;
un rintocco lontano, ermo, tra il vento, di campane; un serrarsi arduo di porte grandi, con chiaro clangere d’argento.
Nè mai quel canto risonò più forte e più soave. Dissero che intorno sola, pura, infinita era la morte.
E venne, all’uomo alato, odio del giorno che sorge e cade, venne odio del vano andare ch’ama il garrulo ritorno.
Egli era in alto, al colmo: era l’umano fato a’ suoi piedi. Andrèe si sentì solo, si sentì grande, si sentì sovrano,
Dio! Già moriva l’inno dello stuolo sacro in un canto tremulo di tromba. Poi fu silenzio. L’astro ardea sul polo,
come solinga lampada di tomba.