Versos Italian Giovanni Pascoli E lavoro

Italian poem

E lavoro

by

Listen in the reader

E il grano è bello. Ma non fu soltanto la terra e il cielo, fu la nostra mano. Chi prega è santo, ma chi fa, più santo.

E prima scelsi il seme del mio grano tra il grano mio. Grani più duri e grossi o più gentili non cercai lontano.

Altri grani, altre terre, ed altri fossi ed altri conci. Il grano da sementa non Io tribbiai nè macchinai, ma scossi.

Quando fu tempo, presi calce, spenta da me, non vecchia; tal che, non appena l’acqua la bagni, bulica e fermenta.

Ne feci latte, e in una cesta piena v’immersi il grano, che un po’ sempre molle, quando sentii la lunga cantilena

di grilli e rane, sparse sulle zolle.

Nè lavorato avevo a fondo: a fondo avevo sì, ma pel granturco d’anno. Il grano è meglio, e però vien secondo.

Sta pago il grano a quello che gli dànno. Vuol sì la terra trita, ma non trita tanto, che, anzi, gli sarebbe a danno.

Non diedi al grano che mi dà la vita, nemmeno il concio. Poco o nulla e’ chiede per far la spiga bella e ben granita.

Gli basta un po’ del troppo che si diede al formentone, che scialacqua e, grande com’è, non pensa al piccoletto erede.

Ad ogni acquata egli s’inalza e spande, si sogna d’essere albero, fa vanti e sfoggi, e vuole intorno a sè ghirlande

di zucche e di fagioli rampicanti...

Dov’e’ lasciò, grossi, pel fuoco, i gambi, io questo grano seminai; non fitto; e un sol governo valse per entrambi.

E visse e crebbe, pesto giallo afflitto... Ma, or vedete: e’ non s’alletta e sta. È bello. Per tenere il capo ritto

giova la cara buona povertà!