Versos Italian Giovanni Pascoli L'Antica Madre

Italian poem

L'Antica Madre

by

Listen in the reader

Roma, o fratelli, non era. Era un’ondosa vallea. Solo una lupa errabonda latrava dall’arce Tarpea: l’ombra vagava su l’onda, d’un’aquila nera.

Nelle future tre Rome rauco tuffavasi il laro. Qui su l’ondivaga prora, tra il murmure cupo del Faro, volto il pilota all’aurora, diceva il tuo nome...

Italia, il tuo nome, ch’è grido di nembo che scuote le cime! che vola e s’immilla! Italia, tu eri in quel lido, guardata, com’atrio sublime, dai cani di Scilla.

Scesi da un ispido monte, prima ch’, o Romolo, arassi, sacri ad un fato novello movevano immemori i passi, dietro un lor fulvo vitello, stellato la fronte:

messe mietuta dal vento, vite lasciate alla vita, giovani e vergini caste movevano ad altra fiorita, sollecitando con l’aste l’attonito armento.

E giunsero al mare; e per loro streperono l’onde interrotte da un nero colosso. Dormiva nell’ombre il Peloro; ma l’Etna solcava la notte d’un vortice rosso.

Gl’Itali stettero, e i bovi sparsero ai piedi del monte. Stettero i grandi armentari con l’isola grande di fronte,

con i profondi due mari, coi secoli novi.

Videro là, nelle arene della costiera protesa, l’orme d’ignoti giganti che stavano, anch’essi, in attesa: ed ascoltarono i canti d’ignote Sirene...

Sicilia, dal mare di rosa mandavi il giocondo frastuono di tibie e di lire: e in mezzo alla romba festosa giungeva frenetico il suono dei Vespri avvenire.

— Siculi, dite: che appare, là, sopra i vostri tuguri? Una città che nel cielo s’inalza su candidi muri... Tremula un cerulo velo sul placido mare.

Una città di portenti, edificata di raggi, tale che facile il nembo vi passi coi suoi carrïaggi,

tale che basti il suo grembo per tutte le genti —

Ed una giovenca ed un toro, lontano, alle falde d’un colle, tracciavano un solco; e tacito a mezzo il lavoro, guardando le fumide zolle, sognava il bifolco.

— Itali, dite: che appare là su Cariddi e su Scilla? Vivido un arco nel cielo su pallide nuvole brilla... Tremula un livido velo sul torbido mare.

Atrio sublime e profondo, pieno di lampi e di gridi, che con la curva dell’arco congiunge nel cielo i due lidi: portico immenso che il varco dischiude ad un mondo! —

E quell’aratore lontano, levava sul solco quadrato la stiva ritorta: per tre grandi passi in sua mano portava l’aratro del fato, lasciando una porta.

E la giovenca ed il toro, nella silvestre colonia, mossero un mugghio augurale lasciando la porta Mugonia; mugghio, onde il colle di Pale sussultò sonoro.

E su le plaghe latine rimbombò un tuono. E l’anelo mugghio dal vomere umano sembrò seguitasse nel cielo, sempre più cupo, e già vano, ma senza più fine...

Pastori, adornate di fronde gli ovili! Appendete alle volte corone di croco! Tre volte scendete nell’onde dei fiumi! Passate tre volte le fiamme del fuoco!