Italian poem
La messe
I due fratelli con le due sorelle, stringendo il grano e le lunate falci, mietean le spighe e ne facean mannelle.
Torceano spighe, per legar, non salci. E le stendeano. O vite, così stese le carezzavi con l’ombrìa dei tralci.
L’erbe così, mentre fiorian, sorprese, morìano al sole; onde alle bestie grata si fa la paglia come fien maggese.
Passava il padre tutta la giornata pei solchi, e ritte le mannelle in croce ponea, se l’erba già vedea seccata.
Seguian nel campo l’opera veloce lieti i fratelli e le sorelle accanto. Ma non si udiva, o Rosa, la tua voce.
Un canto, sì, di lodoletta, o un pianto.
In ogni campo alzarono due tonde mete di spighe. Posero per prime quattro mannelle, le più grosse e bionde.
Posero il calcio in terra, alto le cime; e poi, con le altre sopra quelle e intorno, fecero una gran cupola sublime.
Mietean tre giorni. Sul finir del giorno, era finita. Placida la sera, erano i cuori placidi al ritorno.
“Il grano è bello, e, di verdugio ch’era, secco sin troppo. Con quel sole, ha sete. Oggi la spiga ci parea leggiera„
diceva il babbo, e soggiungea: “Vedrete! Il gran che il sole ora ha stremato e franto, poi si rifà la notte nelle mete,
e s’enfia e s’empie, e peserà più tanto„.
Nere le mete: solo qualche lampo facean le paglie, come se un tesoro fosse disperso qua e là nel campo.
Diceano i grilli grazie mille in coro a chi, tagliato, per lor agio, il grano, gittò poi l’arma... La falciola d’oro
brillava in cielo e ricadea lontano.