Italian poem
Giuseppe Aurelio Costanzo
by Giuseppe Aurelio Costanzo (1843–1913)
La vecchierella non avea mai letto alcun verso, nè prosa; e, non sapendo nulla, m’avea detto, che sapeva ogni cosa, Ed ogni dubbio mio da quella sola venìa sempre distrutto; ed io credeva ad ogni sua parola, e allor sapeva tutto. Sovra i ginocchi de la madre assiso, l’antica rivivrò vita d’amore : se un breve inganno mi ha da lei diviso a lei per sempre m’unirà il dolore. Ritornerà sul mio pallido viso a poco a poco de la speme il fiore; giovane sempre avrò l’anima, il core, l’ingenuo affetto, il candido sorriso. Nè a turbar mi verran la molle e pura aura di pace che il Signor mi dona, l’auree speranze, la pallida cura. Chè, alfin ripresa la smarrita via, le foglie, i fiori de la mia corona saranno i baci de la madre mia. — Dimmi, fanciullo mio, dimmi che hai, se altro che stare a piangere non fai ? — Sono tre giorni che la mamma è morta, e da tre giorni batto a questa porta. — Piangiamo insieme, fanciullino mio, che da tre giorni l’ho perduta anch’io. — Mi han detto che la basso si nasconde, la chiamo da tre giorni, e non risponde. — E mi lasciò così povero e solo senza nemmeno dirmi una parola. — Quante volte passando per la via mi pare di veder la madre mia, — la madre mia che tanto e tanto amai... la madre mia, che non vedrò più mai. Che fosse il mondo popolato d’ angeli sempre ho creduto; e in questo lieto inganno in mezzo agli uomini io son vissuto. Da questo inganno, qual da sogno, or l’ anima sciolta si vede; ed a’ terrestri paradisi e a gli angeli or più non crede. E pure, Lina mia, vorrei non essermi svegliato mai; vorrei sognare ancor, fanciullo e credulo, come sognai. Meglio esser folle in questo mondo, e credere stabile e vero quanto non è che un candido delirio del tuo pensiero. Chi sono ? — Quanti assetano di vasto impero e di superba altezza, quanti piegar disdegnano la groppa al basto, il collo a la cavezza Come leoni ed aquile forti e selvaggi odian la greppia e il branco; e a corse e a voli agognano, ma senza morso in bocca e sprone al fianco. Anzi che agli altri mescersi e andare al passo per la via più trita, scelgon da soli il lastrico, o in un covigho abbajano la vita. Come qua e là si vedono di Roma per le vie colonne ed archi cui l’ uomo e il tempo offesero e son di fango e più di gloria carchi, Così qua e la si scontrano questi ruderi d’anime divine; un dì fur torri e tempi, or son frantumi d’ uomini e ruine. ............................... Eccoli qua: una sedia, due scarpe senza tacchi e senza punta, un giornale, una pagina inchiostrata, una pipa unta e bisunta, Qualche ciarpa, ludibrio del rigattiere; qualche penna: è questa l’ eredità cospicua che de’vostri ideali unica resta! ................................. Qnante magre quaresime costa una pasqua a voi! Che settimane di strazi una domenica! che bestemmie un minuzzolo di pane! Ed ogni giorno un idolo andò in frantumi e una speranza in fuga ed agghiacciato un palpito e sepolta un’idea fu in ogni ruga. O mio Giordano, l’ algida febbre, che il sangue di velen t’intrise, fu questa eterna antitesi, fu la lotta del genio che ti uccise! Ah, sentir l’ ali a fremere e sentirsi inchiodato ad una zolla, sentir l’ eterno e a un soffio poi scoppiare così come una bolla!... ... Ecco gli eroi nati al dì de la pace! Ei dier famose d’animo pruove da gran tempo. A’ giorni gloriosi di Goito e di Valleggio, videro il sole. Errarono per cento lidi, de l’esul mendicando il tozzo: questi sporge la man, livido il polso da le catene; quei protende il torto collo, segnato da lo stretto laccio; l’uno le piaghe a sommo il petto mostra; altri il mutilo dito; altri la veste passata da le palle. Eroi son tutti! E, corredati da le compre carte, han diritto al prezzo de’ patiti oltraggi. A disfamar t’appresta, Italia mia, le cupe voglie e le bramose canne de gli Eroi de la pace. Ancor non sei da l’ombre uscita a riveder la luce, e un negro nembo di voraci arpie, ne le viscere tue raspando, lorda gli adunchi artigli nel materno sangue. E intanto il fior de’ tuoi veraci figli, cui non disfranca il tumido millanto de’ nuovi Briarei del secol nostro langue miseramente! .... Meco ciascun ti piange e ti sublima meco ciascun ti acclama. Che peccato che a te di tante lodi non ne giunga pur una, e che non sai che fartene, nè ci odi da quella nicchia bruna! Peccato? no. Che non ti salti il grillo di rilevar la nuca... Non curarti di noi, dormi tranquillo dormi ne la tua buca! Che se tu ritornassi a noi dinnante pur collauro a le chiome, o d'Alfieri con l’anima, o di Dante col glorioso nome, trar tu dovresti nel fango la vita Un’altra volta, o Piero. Ne ti varrebbe la potente, ardita aquila del pensiero! Poeti, io tronco qui l’ilare o mesta storia de’ casi suoi: Altro non so. — Ma, e l’inno d’uso? — Questa parte la lascio a voi. A voi, poeti, a l’inno de la tomba facili e pronti ognora. Su da bravi, così, mano a la tromba. Sonate! è questa l’ora. Io ti chiedo perdon, se mai ti offesi, cara Francesca, ad invitarti a cena: se per tanta beltà non altro spesi che dieci lire appena. Io so che quanti mai ti stanno a’ fianchi ti spendono, così, come per gioco, sera per sera, più di cento franchi, e ti sembrano poco. Io ti chiedo perdon, se ti ho parlato grullo, grullo che fui! di gloria e d’arte... L’arte per una donna del tuo stato, c’entra, ma in poca parte. C’entra... ma solo in quanto può giovarti la coccoveggia del cartello al nome; così che sapran tutti a ritrovarti, il quando, il dove, il come. ........................... Io ti chiedo perdon. se mai t’ offersi tremando, unico mio possibil dono, qualche povera strofa... Oh, ma i miei versi per te che cosa sono? ........................ Io ti chiedo perdon, cara, se mai in qualcne istante in cui spumeggia il cuore, nel delirio di un’ora, io ti oltraggiai parlandoti d’amore! Parlar d’amore a te che n’hai gli orecchi laceri tra le quinte e notte e giorno, che di amanti ce n’hai., giovani e vecchi, un nuvolo d’intorno... Oh, perdona, Francesca, avrò per poco sognato (chi non sogna a la gioconda eta?); ma, via, finisca il brutto gioco, la farsa invereconda. Su questo monte, libera, tranquilla, traggo un mese la vita; la ciarliera plebe qui non m’assorda e non mi assilla qui de’ clienti l’importuna schiera. Albeggi o annotti, qui non giunge squilla o fischio di campana o vaporiera; qui schietta poesia, qui pace vera tra un fior che sboccia e un passero che trilla Com’è bello qui assiso, a cielo aperto, di fronte il mare, assistere, romito, al notturno spettacolo sublime! In questa orchestra di note e di rime, fra tante forme dal profilo incerto, come l’anima s’apre a l’infinito! Combatti. La natura di attentati e di lotte anch’essa vive; anch’essa, come noi, col sacrifizio de le sue leggi, la sua storia scrive. Io t’amo, Marzo, t’amo ne’tuoi vezzi e ne’tuoi sdegni protervi, ne le tue ebbrezze e ne le tue vertigini e fin nell’urto de’ tuoi stessi nervi. T’amo ne le tue lune, ne le cento stranezze, ne la fiera anima di ribelle ardito e giovane e ne la gloria de la tua bandiera. Sono dieci anni, o vaga Ibla natia., che da le tue montagne erro lontano; e son dieci anni che sospiro invano i tuoi floridi colli, o patria mia!