Versos Italian Giuseppe Giusti A Gino Capponi

Italian poem

A Gino Capponi

by

Listen in the reader

Come colui che naviga a seconda Per correnti di rapide fiumane, Che star gli sembra immobile, e la sponda Fuggire, e i monti e le selve lontane; Così l’ingegno mio varca per l’onda Precipitosa delle sorti umane: E mentre a lui dell’universa vita Passa dinanzi la scena infinita, Muto e percosso di stupor rimane.

E di sordo tumulto affaticarme Le posse arcane dell’anima sento, E guardo, e penso, e comprender non parme La vista che si svolve all’occhio intento, E non ho spirto di sì pieno carme Che in me risponda a quel fiero concento: Così rapito in mezzo al moto e al suono Delle cose, vaneggio e m’abbandono, Come la foglia che mulina il vento.

Ma quando poi remoto dalla gente, Opra pensando di sottil lavoro, Nelle dolci fatiche della mente Al travaglio del cor cerco ristoro, Ecco assalirmi tutte di repente, Come d’insetti un nuvolo sonoro, Le rimembranze delle cose andate; E larve orrende di scherno atteggiate Azzuffarsi con meco ed io con loro.

Così tornata alla solinga stanza La vaga giovinetta in cui l’acuta Ebrïetà del suono e della danza Nè stanchezza nè sonno non attuta, Il fragor della festa e l’esultanza Le romba intorno ancor per l’aria muta, E il senso impresso de’ cari sembianti, E de’ lumi e de’ vortici festanti, In faticosa visïon si muta.

Come persona a cui ratto balena Subita cosa che d’oblïar teme, Così la penna afferro in quella piena Del caldo immaginar che dentro freme. Ma se sgorgando di difficil vena La parola e il pensier pugnano insieme, Io, di me stesso diffidando, poso Dal metro audace, e rimango pensoso, E l’angoscia d’un dubbio in cor mi geme.

Dunque su questo mare a cui ti fide Pericolando con sì poca vela, Il nembo sempre e la procella stride, E de’ sommersi il pianto e la querela? E mai non posa l’onda, e mai non ride L’aere, e il sol di perpetue ombre si vela? Di questa ardita e travagliata polve Che teco spira, e a Dio teco si volve, Altro che vizio a te non si rivela?

E chi sei tu che il libero flagello Ruoti, accennando duramente il vero, E che parco di lode al buono e al bello, Amaro carme intuoni a vitupero? Cogliesti tu, seguendo il tuo modello, Il segreto dell’arte e il ministero? Diradicasti da te stesso in pria E la vana superbia e la follia, Tu che rampogni, e altrui mostri il sentiero?

Allor di duol compunto, sospirando, De’ miei pensieri il freno a me raccolgo; E ripetendo il dove, il come, il quando, La breve istoria mia volgo e rivolgo. Ahi del passato l’orme ricalcando Di mille spine un fior misero colgo! Sdegnoso dell’error d’error macchiato, Or mi sento co’ pochi alto levato, Ora giù caddi e vaneggiai col volgo!

Misero sdegno, che mi spiri solo, Di te si stanca e si rattrista il core! O farfalletta che rallegri il volo, Posandoti per via di fiore in fiore, E tu che sempre vai, mesto usignolo, Di bosco in bosco cantando d’amore, Delle vostre dolcezze al paragone, In quanta guerra di pensier mi pone Questo che par sorriso ed è dolore!

Oltre la nube che mi cerchia e in seno Agita i venti e i fulmini dell’ira, A più largo orizzonte, a più sereno Cielo, a più lieto vol l’animo aspira, Ove congiunti con libero freno 1 forti canti alla pietosa lira, Di feconda armonia l’etere suoni, E sian gl’inni di lode acuti sproni Alla virtù che tanto si sospira.

O Gino mio, se a te questo segreto Conflitto della mente io non celai, Quando accusar del canto o mesto o lieto In me la nota o la cagione udrai, Narra quel forte palpito inquïeto, Tu che in altrui l’intendi e in te lo sai, Di quei che acceso alla beltà del vero Un raggio se ne sente nel pensiero, E ognor lo segue e non lo giunge mai.

£ anch’io quell’ardua immagine dell’arte, Che al genio è donna e figlia è di natura, £ in parte ha forma dalla madre, in parte Di più alto esemplar rende figura; Come l’amante che non si diparte Da quella che d’amor più l’assecura, Vagheggio, inteso a migliorar me stesso, £ d’innovarmi nel pudico amplesso La trepida speranza ancor mi dura.