Italian poem
Una, non so se donna o dea mi dica
by Giuseppe Maria Ercolani (1672–1759)
Una, non so se donna o dea mi dica, Tanto era agli atti e al portamento altera, Dall’alto di sua spera Soavemente in Terra un dì discese. Parea d’età tra giovane ed antica, Sebben di fuor non apparìa qual’era; Che sua sembianza vera Un, bianco velo agli occhi miei contese, Un bianco vel, che ricoprìa l’accese Amorose sue stelle, Ma in sì leggiadra guisa Che le rendea più belle; E al folgorar di lor luce improvvisa Quasi l’alma restò da me divisa. All’apparir del sovraumano aspetto Com’uom restai, che gran prodigio vede, Al qual crede, e non crede Pieno di maraviglia e di timore. Ma poichè la conobbi, e più sospetto Di lei non ebbi, me le strinsi al piede; E donde, o santa Fede, Donde a me, dissi, così eccelso onore? Ed ella: dall’eterno alto Fattore Mandata io quì ne vegno; Perchè ’l tuo fral pensiero Scorga a sicuro segno, E col suo lume onnipotente altero Per l’incerto ti regga arduo sentiero. Rispondo: Oh come al maggior uopo giungi, O bella guida dell’umane menti, Che tutti far contenti Puoi miei desiri unica al mondo e sola! Tu vedi ben dalla gran meta lungi Ch’erro pur troppo a passi tardi e lenti, E, sol formando accenti, Vò qual fanciul, che non sa dir parola. Il veggio, ella ripiglia, or ti consola; Ecco ch’io t’apro il Cielo, E la gran Donna, e i suoi Alti Dolor ti svelo: Tu quel ch’io dico ascolta, e ’l narra poi Alle future età ne’ carmi tuoi. Il dì che l’increato unico Figlio Scese dall’immortal sede sovrana, E all’Uom senz’opra umana Unir nel grembo di Maria si volle, Comparve in lei, non senza alto consiglio, Trafitto in guisa inusitata e strana; E come l’inumana Morte soffrì dal popol empio e folle, Era tutto di sangue asperso e molle; E qual nell’ultim’ora Il vide venir meno, Tal nella prima ancora Il concepì d’obbrobrio e duol ripieno L’afflittissima Madre entro il suo seno. Giunta poi la pienezza alma de’tempi, E ’l gran momento, che Dio nacque al Mondo, Oh qual in sè profondo Sentì dolor l’eccelsa genitrice!! Futti del primo i meritati scempi In fronte lesse dell’Adam secondo, Ahi, ch’io pur mi confondo, A spettacol sì crudo e sì infelice! Vide l’ira del Ciel vendicatrice Tutta scendere in lui; Vide flagelli e spine Armarsi a danni suoi; E quei squarciar le membra alme e divine, E queste i lumi insanguinargli e il crine. Quante volte il suo Figlio al sen si strinse, E mille impresse dolci baci e mille Nelle vaghe pupille, E ne’ labri adorati in Paradiso, Antivedendo quel che Giuda infinse, Mai non girò sue lui in lui tranquille, E fiumi, non che stille, Versò di pianto sull’amato viso; Quante volte guidollo in festa e in riso In questa parte o in quella, Quante volte gli porse La verginal mammella, Mai dal Calvario il suo pensier non torse, E, sospirando, isopo e fel vi scorse. Ma questo è Nulla a quel, che poi l’invitto Spirto di lei crudo martir sofferse, Quando nel tempio offerse Il divin figlio al Genitore eterno. Taccio la fuga nell’estremo Egitto, Taccio le pene tante e sì diverse In che Amor la sommerse, Quando il caro smarrì Parto superno; E quella, che trafisse il cuor materno, Spada del duol t’addito: Spada ancora stillante Del pianto, che infinito Ella versò dalle sue luci sante, E ch’or ignuda ti presento avante. Al balenar del formidabil brando, Non più, non più, gridai; Che sì dolenti cose Nè udì, nè vidi mai, Or tu immagina il resto, ella rispose; E, così detto, agli occhi miei s’ascose.