Versos Italian Giuseppe Montanelli La Campana Del De Profundis

Italian poem

La Campana Del De Profundis

by (1813–1862)

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A GINO CAPPONI.

Addormentata tace la campagna, E il villan del lavoro si riposa Seduto al fianco della sua compagna. E mentre con melode lamentosa Nel pargolo giacente che si duole Alletta il sonno la madre amorosa; Intorno al fuoco con antiche fole Ricurva ed abbronzata vecchiarella Trattien del figlio la più adulta prole. Sovente il suon di supplice favella E i latrati del vigile mastino Interrompon la flebile novella; E dal digiuno vinto e dal cammino Di fuor sommessamente un vecchio esclama: — Date asilo allo stanco pellegrino. — Ti consola, o buon vecchio, ogni tua brama Sarà contenta nell'umile ostello Dove in ruvide spoglie è un cuor che ama. Ma nelle vie più quete del castello, Da lampada notturna rischiarate, Invan cerca un albergo il poverello. — E con note dal pianto accompagnate Oh quante volte un fanciulletto ansante Affretta il passo ad implorar pietate, Mentre la vedovella lacrimante Ristà più lunge, e quel prego seconda Con interrotta voce tremolante.

Ora che popoli Di stelle il cielo, E della tenebra Distendi il velo Sulle città, Tu sei propizia Al masnadiero Che dietro al cespite Presso al sentiero S'appiatterà. E per te provido Sonno le ambasce Queta, e di rosei Sogni si pasce Giovin beltà; Ma il genio indomito Dell'inspirato Veglia, e per l'ampio Campo stellato Volando và.

Allor che il cigolar delle quadrighe Più non s'udrà, nè calpestio d'umani, Ma sol del gufo il gemito interrotto E l'abbajar dei veltri, e il gorgoglío Delle fontane, e lo stormir dei rami Turberanno la queta aura notturna Rapito anch'io viaggierò nel cielo.

Or lo squillo lento lento Che per l'aere si diffonde Degli estinti par l'accento, E c'inviti a lacrimar. O cadente genitore, Che sostegno più non hai, I misteri del dolore Vien fra le urne a celebrar. Come spica verdeggiante Il diletto tuo crescea, E il tuo crine biancheggiante Parea nato a carezzar; E a fruir de' tuoi sudori, E a donarti il bacio estremo, E di lacrime e di fiori La tua polve a consolar. Veni, o donna sconsolata, Nello squallido ricinto Dove un'aura innamorata Mestamente carezzò La viola scolorita, Che sul cener del tuo fido Di tue lacrime nutrita Soavissima spuntò. Sotto un salice piangente, Tra un cipresso ed una croce Della vergine dolente È sepolto l'avvenir; E quel nome che nel petto Ti scolpia la man d'amore. Che del padre nel cospetto Non osavi proferir; Che dipinse il tuo sembiante Mille volte di vermiglio Quando il core palpitante Dall'altrui labbro lo udì: Ah quel nome! a questo e a quello Or domanda una preghiera, E la morte, d'un avello Sulla pietra lo scolpì. O voi tutti, da crudele Fato umano combattuti Che quai navi senza vele Viaggiate in questo mar, Sulla tomba in cui riposa Un diletto a voi rapito In quest'ora tenebrosa Deh venite a lacrimar.

E tu perchè sì presto, o Madre mia, Abbandonasti sulla terra un figlio Che dolorosamente ti desia? Involontaria lacrima sul ciglio Mi spunta, e il cor mi palpita nel petto Se a ragionar di te mi riconsiglio. O rimembranze del sereno aspetto, E delle voci dall'amor dettate, E degli amplessi del materno affetto; Voi nell'anima mia vi riposate, Come nel sen di giovinetto ardente Verginali sembianze innamorate. E quando favellar soavemente Odo una madre coll'amata prole, Che nel medesmo palpito consente; E il suon delle dolcissime parole In quell'età beata mi trasporta Che con rammarco rimembrar si suole, Una voce repente mi sconforta E mi dice — colei che le tue voglie Allor quetava, ah troppo presto è morta! —

Ma più non ci attristi l'orror della fossa. Vedete quegli astri? — qui polvere ed ossa.... I nostri diletti saliron lassù. E già de' futuri già sanno il destino, Proteggon le genti che sono in cammino, Compreser gli arcani del tempo che fu. Il gemito, o Padre, che t'esce dal seno Fra gl'inni che allegran l'eterno sereno Del figlio beato s'accoglie nel cor, E mentre lo credi qui dentro sepolto Ei dice all'Eterno con supplice volto — Consola il martiro del mio genitor. — Non muore disperso sull'aura notturna Che lene sussurra tra i salci dell'urna, O Donna, il sospiro del petto fedel; E al par dei sospiri che al tempo giocondo Sfogavan la piena del sen verecondo È caro al tuo fido che t'ama dal ciel. E suona oltre il regno dei mondi lucenti O madre, la voce degl'inni gementi Ond'io disacerbo l'immenso martir: Mi vedi se assorto m'ispiro al creato, Mi vedi se ai mesti favello inspirato, Mi vedi se fervo di santo desir....... E quando varcate le nubi e le stelle Non cupo rimbombo d'umane favelle, Ma l'eco dei cieli per noi suonerà: Udremo la voce de' nostri diletti. — O spirti, diranno, tra gli angeli eletti Venite alla gioia che fine non ha — Siccome il torrente precipita al piano, E il fiume va in traccia del vasto oceano, E un porto sospira la nave nel mar, Sospinte nostr'alme da vago disio Sospiran la pace ch'è in grembo di Dio. Ah quando i diletti potremo abbracciar?