Italian poem
Appendice
Così m’aviene, Donna mia valente, come all’orbo che sogna vedere: mentre che sogna sta allegro e godente, e poi si sveglia e tornagli martire.
E questa pena avien a me sovente che’n fra le braccia me’ vi posso avere: poi mi risveglio e non trovo niente: da tale vita mai non voria partere.
Ch’io veggio che lo sonno è traditore; così mi fura e non sento niente, così m’aggiunge con Madonna mia,
così mi face come lo ladrone e fami star in pace ed in tormento: se m’alcidesse gran mercè faria.
Lasso! sovente la vostra amistate chero per messo che non mi riviene: forse per colpa è di vostra beltate che lo messaggio innamora e distiene
Poi non vi dice in tutto ventate e mi fa star in disperata spene: così morraggio manzi che saggiate che’n tale guisa di voi mi soviene
E tanto temo la vostra orgoglianza, ch’arditanza mi tol di guarire, se da voi io non aggio altra sembianza
Altrui s’allegra dello mio martire: se voi non vi movete a piatanza davanti voi vedretime morire
Com’all’infermo che giace m’aviene che’n giorno in giorno ispera di guarire ma lo gran male che forte lo tiene non lascia sua speranza al fin venire
Così Madonna tenendomi in pene mi face quasi languendo perire: lo suo piacere m’ha tenuto in spene credendomene ancor per quel gioire:
e come quel che della sete pere che nello fiume tutt’ore si bagna e sta fin a gli denti e non può bere:
onde’l mio core se ne parte e lagna ed a Madonna gran mercè ne chere che no’l lasci perir poi che lo sagna
Lo gran tormento che’nseme paterno, gentil Madonna, perchè adiviene? Io v’amo e voi m’amate e’nseme senio d’uno volere e pur vi verno in pene
Lasso tapino me! perchè dolemo poi che siam d’un voler e d’una spene? Certo, Madonna, che mal provedemo: ad occider l’un l’altro non sta bene
Ma veramente credo indivinare la cosa che ne fa la pena avere, ciò è lo gran tormento che paterno,
che l’uno all’altro si dotta parlare; ma chi ben ama non deve temere Ben a ragione se’ ntrambi peremo
Non posso più soffrir tanto martire com’ho sofferto per voi, Donna mia; ched io fui sempre fermo ad ubbidire
Che troppo fora dura cosa a dire s’io pur penasse avendo zoia mia; che le soverchie pene fan morire lo bon amante ch’ama far follia
Onde vi prego che ponete cura, che ’ntrambi siam biasmati senza cagione di quella, che paterno, pena dura
Perch’ogni giorno vien dritta staggione da coglier quella rosa di verdura: però dimando d’amor guidardone
L’oscura morte voria che venesse e mi traggesse di tanto penare: ch’io non fesse dimoia a Dio forte me’ncresce lo pur dimandare
Sanami vita se ciò ad venesse, del mondo uscesse e non più dimorare: che tanta pena mi raddoppia e Dir lo potesse’ 1 mio cor e mostrare
a voi, che mi stringete in tal maniera come la cera che dal foco apprisa non ha diffesa e sempre più s’alluma
Peccato fate che sete sì fiera, onde’l mio cor dispera di tal guisa: mia mente assisa veggio si consuma
Il povero gentil e vergognoso anzi che chere lassassi morire, e ’nanzi al ricco mostrasi goffoso, credendo che gli deggia sovenire;
ma lo cortese e ben a Venturoso vede in sua vista con’teme di dire: per gran pietatc lo chiama in ascoso e donagli conforto di guarire
Così divien cui l’amore ha conquiso che per vergogna dimandar non osa, ma per sembianti mostra ciò ch’ha in mente
Dunque mercè saria fosse piatosa la sua Donna, en cui l’amor l’ha priso, di sovenire lo suo ben voiente
Sonar bracchetti, cavatori izare, lepri levarsi, ed escridar le genti, e di guinzaglio uscir veltri correnti, per bella piaggia voler imboccare,
assai credo che deggia dilettare libero core ed uom d’intendimenti; ma fra gli amorosi pensamenti da uno son schernito in tal affare,
e dicemi sto motto per usanza: — Ecco la leggiadria di gentil core per una sì selvaggia dilettanza
lasciar le donne e lor gaia sembianza — Allor, temendo non lo senta Amore, prendo vergogna, onde mi vien pesanza
Tutto lo mio desio aggio en lo flore, e la speranza mia in lei ho posto però che delle donne è lo fiore; sempre ad ella in amor m’ho posto
Chè’l cor suo in gioia sempre flore, però’ l mio ben in lei ho riposto sì, ch’altra donna amar non curo un fiore, se non in lei servir m’aggio proposto
Tanto in lei penso che non so che faccia, poi che di tutte l’altre è la più gente: lo mio cor e la mente a lei si danno
Che quando appare sua lucente faccia rende gioioso ognun che a sua gente: dunque s’io servo non me ’l segno a danno
Ormai ben veggio che lo mio solacelo certo, Madonna, è sol di voi vedere: et voi non vedendo i’ mi disfaccio sì ch’altra cosa non mi può valere
Et la dolorosa pena ch’io faccio aggio gran tema non vi sia spiacere: però la voglia mia non vi taccio sperando che cangiate lo volere
Mestier è ch’io m’allegri alle fiate e mi conforte di vostra veduta, poi che non sia di vostra volontate
Ond’io m’allegro di vostra venuta, poi ch’aggio vista la vostra beltate, che’l mio conforto in gran ben rimuta
Mio intendimento è posto tanto altero che nessun mi si puode appareggiare che sia terreno: secondo ch’io spero, ben aggia’l giorno ch’io prisi ad amare
Sì gentil cosa non è ’l specchio chero ove mia dombra possa assimigliare: guardando in esso divegno mainerò ed aggio a schifo chi mi vuol pigliare
Prender mi lascio come ’l tigre face al caceiator: non si sente colpire, tanto rimira lo specchio verace
E sono ’l cirro del qual odito ho dire che’l ditto della gente porta in pace che non poria tanta gente schernire
Al mondo non è cosa ch’aggio in core se non voi, amoroso mio diletto, ed aggio sì commesso in voi ’l mio amore che, s’io lo perdo, mai ben non aspetto
La rimembranza ch’ò di voi spess’ore mi fa bagnare gli occhi ’l viso e ’l petto: vivo doglioso in foco ed ardore tanto è in voi lo mio amor constretto
Ai me lasso dolente! che farraggio veggendo che ’l vi piace la mia morte? ai, amor mio! ed io v’amo cotanto
S’io v’ho falsato, altra scusa non aggio se non di sofferire pena forte, pur che ’l v’incresca, Donna, il mio compianto