Italian poem
L'incrinatura
Perché nel vetro di Boemia antica, dopo un’ora, già langue l’aromale fior che m’offerse la mia dolce Amica?
Ché la verbena vi languisce, quale la Donna amante il biondo Garcilaso già martoriata dal segreto male.
Io so quel male: il calice del vaso la bella mano - o gran disavventura! - col ventaglio d’avorio urtò per caso.
E pur bastò. La lieve incrinatura è insanabile ormai; il morituro fiore s’inchina, stanco, nell’arsura,
ché la ferita del cristallo duro tacitamente compie tutto il giro per cammino invisibile e sicuro.
Vanisce l’acqua e muore il fiore. Io miro il calice mortifero che serba quasi non traccia di ferita in giro,
e una assai trista simiglianza e acerba sento fra il vetro e il calice d’un cuore sfiorato a pena da una man superba.
La ferita da sé, senza romore, il calice circonda nel rotondo e il fior d’amore a poco a poco muore.
Il cuor che sano e forte pare al mondo sèrpere senta la segreta pena in cerchio inesorabile e profondo.
E pur la mano l’ha sfiorata a pena... Perché nel vetro di Boemia antica, dopo un’ora, già langue la verbena
che vi compose la mia dolce Amica?