Versos Italian Guittone d'Arezzo Trattato d'Amore

Italian poem

Trattato d'Amore

by (1235–1294)

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Caro amico, guarda la figura ’n esta pintura — del carnale amore, sí che conosci ben la enavratura mortale e dura — ch’al tu fatt’ha core, e lo venen che porge cum dolzura carnal d’arsura — ad ogn’amadore; a ciò che, conosciuta soa natura, ti sia ben cura — fuggir tuo furore: ch’Amor, cum vei, si pinge figurato, e innavrato — ciascuno amante per van simblante — enfin al morire. E quasi el desire — d’esser curato d’uom sí piagato — dico esser carante, remedio dottante — il su’ largire. Quando donque guarire de sí gran malattia sí ligier om porria, ben seria disorrato qual piú fosse pregiato nol voler consentire; però prendi ’l desire, en cui regna barnagio, de non soffrir tal onta, ché pur di pregio smonta, lo nemico obedire. Poi ch’hai veduto Amor cum si ritrae e simel proprietá d’alcuna forma, vogliàn veder significanza ch’hae e mostrar singularmente per norma le soe figure come ’l nome forma, e che de gli artigli e turcascio fae, e perpugnabel foco che trae, fiamma entien, saitte d’arco en orma. Nudo, cieco, di garzonil fazione, che giá non fu ritratto en tal essenza dai savi senza ben propria cagione, che d’onni cosa fanno esperienza. Unde d’Amor fan esta divisione, onni soa parte sponendo a nocenza. Amor dogliosa morte si po dire, quasi en nomo logica sposizione; ch’egli è nome lo qual si po partire en «a» e «mor», che son due divisione. E «mor» si pone morte a difinire: lo nome en volgara locuzione è con una «te»; l’«a» ven da langire, e ’n latin si scrive entergezione. Und’io l’appello e drittamente el nomo dal «mor» morte, da l’«ah» guai meraveglioso: e ben è certo da meravegliare che guai porgendo ammorta; ciascun omo ch’a lui s’è dato l’ha per delizioso, bene en onta faendol consumare. La forma d’essa morte dolorosa, che ’n esser d’un garzon è figurata, desegna che ’n lei giá esser non osa firmeza di ragion alcuna fiata, ma scanoscenza e volontá noiosa movente maita mente disfrenata; che ’n tal mainera lo garzon si posa; né piú sentir, che vita è desennata. E certo ben è natural figura de esso amor, cui guai e morte appello, sí come se mostra per li simblanti dei mortai ditti amorusi amanti, faendosi a ragion catun ribello, matto voler seguendo a dismisura. De lui, cui di’ ch’è morte, la figura se mostra nuda; e nuda esser simiglia d’ogni virtú e d’ogni dirittura; d’allegrezze, di gioi a meraveglia dona desir cum pene e cum paura. E ciò soffrendo, l’amante sottiglia e tollei sí di conoscere la cura, ch’al peggio ’n tutto cum orbo s’appiglia. Donque l’amant’è, simel ch’Amor, nudo di vertú, di saver, di canoscenza, e non ha de covrir li vizi scudo. Per che ne de’ ciascuno aver timenza ed a su grado metter forza a scudo, ch’ei condusse Aristotel a fallenza. Esso meraviglioso guai che dico se mostra cieco: è cieco lo su stato, sí cum om che non vede ed è orbato e non conosce da loglio lo spico. Com novel si vede e per antico en catun mortal ditto ennamorato ch’egli è peggio che a morte piagato, in esser di provedenza nemico. Per che è carente ciascun amante di canoscenza e d’ogni discrezione. E sia, quanto vol, savio e costante, ch’ei vegia che convegna per ragione, né piú che su’ disir porti avante; e chi nol crede, guardi a Salamone. Lo porporigno colore de l’ale segna che ’l ditto guai sia passione di tormenti e di dolor mortale, ché pur di porpora è ’l color penale. Passion di morte la scrittura spone, unde dico mortal en cui si pone, e ’n mortal si vede condizione per desiderio d’un ardor ferale, disceso de essa passion di morte dentro dal core in de l’alma nata. Ma amando pensosamente forte la forma qual sia a lui atalentata che consuma ardendo la ria sorte, morte nel viso avendo figurata. Appresso che fatt’agio discernenza di passion di lui, cui morte scrivo, e ’n proprietá desceso lor nocenza per ragion en cuor di catun cattivo, mostro l’operazion per esperienza quanto lo sforzo di lor sia nocivo. De le quai prima snodrò la sentenza de l’ale soe per argumento vivo: l’ale en cui si figura no è senza segnal ch’el sia ligier en cor voglivo. Donque sto guai lascivo è volante, como dissolto al gel, lá dove i piace, che mai no si riten senza ligame. Per l’ale und’è ’l mortal en cor mutante di mal en pegio ciascun’ora el face en voler del reo ben quasi che brame. Guai per l’arco sí mostra esser guerere, per le saitte mortal feridore, le quai desegnan l’esser, unde fiere a morte peggio che s’il fa signore di vari guai e di mattezze fere per vano isguardo pascivo en core. L’arco sí spone lo fonte del piacere, unde avene smanante furore; dal fuoco, unde accese son le guere, e’ par che sia un encendivo ardore, il qual sí ’ntende lo fiero volere, che per nulla copia si stuta fiore; ché del fuoco simel natura tene, ché quanto piú matera lui si gionge, piú arde consumando ciò che ’nvene e a null’altr’a bastanza si congionge. Per ch’ansí miri dico che a ciò vene che la saitta fitta non disgionge, volendola isferrar senza piú pene, avegna che le ventri lá o’ si gionge. Al turcascio, ch’a la centura porta lo ditto guai, ten lo venen ascoso cum dolzor temperato, che conforta l’appetito di lui desideroso; ciò è ’l carnal diletto, i qual iscorta la ditta morte, guai meraveglioso; che poi ben dir si’ po venen ch’amorta d’onni vertú l’om d’essi copioso, e ch’a le vene nocer tutto è dato, en vita l’omo sempre destruggendo, l’alma menando a morte en inferno; è mal senza rimedio alcun trovato solo en voler seguir, nonché compiendo sí come conchiudo: però l’inferno. La sovraditta morte per l’artiglia mostra esser cosa che ’ngreffisce e che demostra quello unde assottiglia di retener ciascun che l’obedisce; sí cum astor che l’algelletto piglia, che quasi senza morte nol largisce: ciò è la losingevel meraviglia d’alcun piacer che l’amante tradisce, che quinci trade certo ogn’amatore, quando, retinendol, a morte ’l mena per lusinghe d’alcun piacer tuttore. E nullo è piú mortal velen né pena d’ogni losinga, che l’om ten di fore, né han li amanti piú crudel catena. Sguarda, amico, poi vei ciascuna parte d’Amor disposta en soa propria natura; e mi responde tosto e non ad arte che ti sembla pensando la figura, ch’avegna non destrengami soe arte, non so come non pera di paura, perch’eo non veo da che natura parte, cui ten, che ’n guisa alcuna la figura. Tanto è forte smanante e fiero e ’nsí, nessuna avendo benignanza, cum occhi di ragion lo veden clero. Unde aver lo dovresti en oblianza ormai per questo solo en to pensiero, cassandol tutto d’ogni toa usanza.