Italian poem
Una Voce
by Luigi Gualdo (1844–1898)
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Era deserto il vasto cimitero, Nella pace suprema silenzioso; Qua e là pel verde prato, maestoso S'alzava un monumento alto e severo.
E tra una fila di cipressi tristi Stavan gli umili avelli al par sacrati; Molti che qui passarono obliati Alfin dormivan là cheti e non visti.
Pendean dal tempo scolorite e storte Le antiche croci in legno nero--rotte E infracidile ognor dalle dirotte Pioggie inondanti il campo della morte.
Qualcuna si vedea su cui d'affetto Ultimo pegno stava ancor posata Una ghirlanda misera e sfiorata Che la mestizia ne risveglia in petto.
Coperte di mal erbe e insiem d'oblio Altre vedeansi ove taceano i lai: Stavano là da niun compiante mai, Con le due nere braccia aperte a Dio.
E nel vento spirante intesi voce Lugùbre e fioca da una tomba uscita: Era suon che venìa dall'altra vita: Mi piegai per udir sovra la croce.
--«O voi felici cui riscalda il sole!... Dimmi, mortal, che fate ancor tra i vivi? O voi che avete il cielo, il mare, i rivi, La terra, i fior, le piante, e le parole,
«Sospirate? Piangete ancor? Sperate? Che fate là? V'amate ognor? Gioite? Ancor chiedete al tempo le infinite Gioie fuggenti già in dolor mutate?
«Ai raggi incantatori della luna Sentite ancor le bramosìe nascose? Sonvi le selve ancor? Sonvi le rose Ch'esalano l'amore ad una ad una?
«Ti parlo qui, mortal, dall'altra riva, Dalla riva ove il vero è senza velo. Mi appar chiara la terra e aperto il cielo, Benchè giaccia quaggiù di luce priva.
«Son qui da sola, in questo avel, gelata Ultima stanza ove s'attende Iddio, --Verrà l'anime a scioglier dall'oblìo Dell'angelo divino la chiamata?
«Ma fino allora, oh! quanto è questa cella Gelido albergo per il corpo stanco! --Rigida sta nel suo lenzuolo bianco Colei che un giorno fu chiamata bella.»
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Gorgheggiavano intanto gli augelletti Smentendo tutte le tristezze umane. Splendeva il sol sulle iscrizioni vane, Sui nomi già scordati--o benedetti.
Mormoravan le piante all'aura estiva, E volsi il guardo al calmo firmamento, Limpido come il ver, pien di contento, Eterno sulla vita fuggitiva.
E dissi allor: Sognai. La tomba tace. La tomba è vuota. In tutto il cimitero Compie natura il suo vital mistero; Sorgono fiori dal terren ferace.
È lieto il cimiter, natura è lieta, Il dolore è nell'uomo e nella vita. Il resto è pien della gioia infinita, Della gioia immortale a noi segreta,
O voce ch'io credeva udir dal suolo Sorger vêr me con un mesto susurro, Piomba dall'alto invece e per l'azzurro Fino quaggiù discendi ratta a volo!
Volsi lo sguardo al ciel--l'orecchio invano Tesi aspettando l'implorata voce. Scordavo il duol della vicina croce, Ma il verbo non venìa dal ciel lontano.
XI.
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Fuggiva il giorno ed io pensai: l'estate Segue la primavera e passa, e viene Il queto autunno, e poi le sconfortate
Brume; ma pur dopo le amare pene Giungon le gioie e l'esultanze liete, Dopo le lotte son l'ore serene.
L'uomo dopo la vita avrà quiete Nella luce letal crepuscolare, E dei desir più non saprà la sete.
Sì, una vita ventura che spaziare Lascierà l'alma nostra alfine pura Come libero augello sovra il mare
Verrà, ma forse nella nostra oscura Mente sogniam la speme d'una vita Fulgida troppo in la sorte futura.
Dei mondi nella serie indefinita Entro un mondo sarem di veli avvolto, E la luce sarà vaga e sbiadita.
Ne parrà forse rivedere il volto D'alcun che amammo sulla terra vieta, Ma mestamente fia l'occhio rivolto.
Avrem raggiunto il porto, ma la mèta Ne apparirà diversa e men lucente Di quanto disse ogni miglior profeta.
Un grigio azzurro regnerà; fian spente Allor le tinte più sonore e vive; Tutto parrà languire eternamente.
Color di perla, interminate rive Si seguiran, cristalli inargentati, E piante ignote d'ogni raggio schive,
E smorti fiori come addormentati Nell'eterno sopor dolce e fatale, E profumi sottili ed ignorati
Senza gli aromi turgidi del male, Senza i poemi intensi del dolore E dei peccati senza l'aureo strale,
Senza le lotte del terreno amore, Sarà quale ombra d'una vita arcana, E regnerà dove non suonan l'ore
Una nuova mestizia sovrumana.
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Pure al domani sotto il sol raggiante Che illuminava i piani e l'alte cime E mutava ogni goccia in un diamante
E pareva attestare il ver sublime. Sentii scendere ancor nell'alma lassa Il peso della vita che ne opprime.
Mi parve ancor che qui ove tutto passa, Ove il dolore sol di nostro è certo, E ogni voglia ne attira odiosa e bassa,
Ove tutti si va per cammin erto E faticoso ad una ignota mèta, Non sapendo il perchè d'aver sofferto,
Ove lo spirto mai non si disseta E ribellar sentiamo prigioniera L'alma rinchiusa nella fragil creta,
Temibile non è per l'uom la sera, Che alfin dirà ciò che a ciascuno è ignoto, E affermerà se la speranza è vera
O se il destino d'ogni senso è vuoto.
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Ma sul mio capo s'avvolgean le spire Dei rami d'una quercia secolare Dal tronco immane che non vuol morire.
Ed ecco, a un tratto, io la sentii parlare! Una rauca e sottil voce da un ramo Su di me scese e dovetti ascoltare.
--«Ah! tu almeno t'arresti quando chiamo, E fai silenzio a queste mie parole. Odon le piante. Mentre leggevamo
Nel tuo pensier che ignora ciò che vuole E che per false strade si disperde, Ridemmo, chè sei cieco innanzi al sole.
Bello risplende delle frondi il verde Sull'azzurro del cielo, e altero è il fiore, --E in vani sogni il tuo pensier si perde,
Sorride il sol nell'allegro splendore, E le messi che zeffiro accarezza Piegano liete innanzi al mietitore;
È gaio il mare per la dolce brezza E avrà la gioia pur della tempesta... E trilla l'augellin che il guscio spezza.
Sulla terra e nel ciel dovunque è festa, Pur chiuso è ancor dell'universo il fato E l'avvenir che agli esseri s'appresta.
«Tutto è mister, ma nel tronco ingrossato Scorrer sentiamo il vital succo, come Il mondo sente vita in ogni lato.
L'aura folleggia tra le sparse chiome... Vengon gli amanti uniti--e poi retrivi Cercan sui tronchi nostri inciso un nome.
E le foglie agitiamo e siam giulivi Ignorando il destino, e pur sentiamo Che ovunque è vita. E tu solo non vivi?
Tu pensi e scruti e dici: il vero io bramo. E intanto passano i momenti vani E le fronde non vedi sul mio ramo,
Breve è la vita e lungo il suo domani, Qualunque sia. Sorridi dunque e sorgi! Qui non dormire i sonni tuoi malsani!
Il mondo è immensa gioia che non scorgi».
XII.