Versos Italian Maria Fortuna Il Vaso di Pandora

Italian poem

Il Vaso di Pandora

by (1742–1807)

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Musa cantiam l'urna fatale, e i mali, Che uscir da quella ad inondar la terra Per la vendetta del Tonante, ch'ebbe A sdegno troppo il memorando furto Della fiamma celeste: al rostro in preda D'Augel rapace il tristo cor si vide Dell'ardito Garzon: pianser le Ninfe Per la pietà dell'infelice oggetto, E nell'antro natìo s'ascoser tutte: Pieni d'ira gli Dei per tanto scempio Giove mirar con torbido sembiante, E minaccioso: non è sol fra' Numi, Dissero, atto a donare e moto, e vita All'inerente materia il figlio ingrato Del tradito Saturno; abbiam possanza A quella uguale, che superbo il rende: Un'altra stirpe, che da noi derivi, Abiti il mondo: alla grand'opra intenti Formar concordi amabile Donzella In ogni parte sua gentile, e vaga: Paghi dell'ammirabile lavoro Di lieti plausi risonar l'Olimpo Fero i Numi giulivi, e un raro pregio Donò ciascuno alla vezzosa figlia: A lei d'intorno collocò Ciprigna Le Grazie, e dielle una flessibil voce A seguir pronta d'armonia le leggi: Cillenio diè facondia al labro; e parte Del proprio genio, e del saper le infuse La Dea, ch'ebbe in Atene ed are, e voti: L'opra è compita, allor gridò contento Il Divin Coro: Giuno volse in giro L'occhio ceruleo minaccioso: Giove, Che della sposa, e d'ogni Nume intese I sensi occulti, e d'un audace orgoglio Previdde i tristi perigliosi effetti, Tutti racchiuse nell'eterna mente I suoi giusti disegni, e rammentando L'antica offesa, e la recente, ei stesso Dappoi che chiusa, e della propria impronta Fregiata in man della gentil Donzella Posta ebbe un'urna, (ah don fatale!) vanne, Vanne, le disse, sulla Terra, e serba Tal premio a chi d'esserti grato aspira. Su vanni azzurri della placid'aura La Giovinetta a terra scese, e sola Non fu, che un'invisibile custode Le pose al fianco di Vulcan la sposa. Erran di Pirra allor felici i figli; Che dettava Innocenza amiche leggi, Di Natura servendo al dolce impero: Sereno il ciel, fecondo il suolo, chiare Scorrevano l'onde fra l'erbette, e i fiori: Cerere seco avea Pomona, e Flora, Vertunno, e Bacco ad abbellir la terra: Spargeva gli olezzanti aliti suoi D'ogni intorno Salute; e il Dio di Gnido L'opra ignorava di gelosa cura, E strali d'oro alla faretra avea. Da clamorosi cittadini alberghi Lungi Pandora ebbe gradito asìlo Sotto rustico tetto; a quello intorno Porgevan'ombra verdeggianti lauri, Che Zeffiro agitava insiem coll'onda Di limpido ruscello; e l'erbe, e i fiori, Dono della ridente Primavera, Facean più vago quell'umil soggiorno: Le Driadi vezzose a lei vicine Stavan per meraviglia intente, e mute: La bionda chioma, il brun'occhio vivace, Le auguste labbia di cinabro sparse, E le candide mamme, e le altre insieme Perfette membra eran novello oggetto Di stupor, di piacer; soavi modi, Candor, modestia, amabile favella Rendeano ad essa d'ogni cor l'omaggio; E fin delle foreste il rozzo Dio Mostrò la gioia sua, nel vago aspetto Fissando i lumi avidi, accesi, e fiato Diè alla sampogna, rimembrando forse Della fuggente Ninfa il caso strano. Invisibile Amor della Donzella Vide il trionfo, e ne fu lieto come Dopo lunga fatica il buon cultore Superbo va di vago frutto, ch'ebbe Da fecondo Terreno: amano i Numi La gloria; Marte ne va in traccia al tetro Fragor dell'armi; fra gli alunni spesso Suda Minerva; al merto Apollo intesse Non caduche ghirlande; e il gran Tonante Vanta i trionfi della sua possanza. Un vago oggetto degli affetti suoi Degno fra tanti invan bramato avea Pandora, che de' boscherecci amanti Il semplice linguaggio, e le natìe Grazie, e beltà negletta eran per quella Incolti aspetti; ma l'Idalio Nume Sorrise a tanto orgoglio, e bene ei vide Ch'esser non può, benchè dal Ciel ne venga Privo d'affetti chi ha l'umana spoglia. Epimeteo gentil di bruna chioma, Di sguardo lusinghier, di genio altero Il cor dell'inflessibile fanciulla Vinse, e l'alme da forza occulta mosse S'amar concordi; alle ricerche ignota Di mente osservatrice così nacque Amabil simpatia; trionfa Amore, E il più grave pensar disprezza, e ride. L'urna fatal, ch'ebbe da Giove un giorno, Diè Pandora al suo fido; audace troppo Ei la dischiuse, e tutti i mali intanto Fur de' Mortali il barbaro retaggio! Oh delitto, oh vendetta! oh quanti mai S'innalzeran singulti infino all'Etra Delle vittime afflitte! aspetto nuovo, E tetro insieme ecco la Terra prende, E la vita divien peso a' Mortali! Bello nell'ira ancor lo sguardo volse La Dea di Pafo al figlio audace, e duolo Ebbe del dardo, ch'ei vibrò nel seno Degli inesperti giovinetti; ah tutti Tutti previde i perigliosi effetti Della piaga fatal! ma invan de' Fati Tentò cangiare, o moderar le leggi: Le candide colombe all'agil cocchio Di sua mano adattò; mesta, pensosa, Senza le Grazie sue ministre al volo Mosse i placidi augelli; in brevi istanti Presso l'arciero delinquente Nume Trovossi: il Dio, che del materno sdegno Non ignorava la cagion, tremante Nascondersi volea: Ciprigna allora Torva qual chi per grande ingiuria freme, Questa è la cura, disse al figlio reo, Che di Pandora avesti? Ingrato Amore Dunque i miei cenni rispettar non sai! Del fatal nodo, che formasti, ignori I tristi effetti, che inesperto sei, Benchè Nume, e possente: tu la pena Primiero avrai del gran delitto: al fianco Furia crudel ti fia; la fredda mano Stenda sul cor de' tuoi seguaci, e calma Non abbia mai chi da' tuoi lacci è stretto: Cerulea nube il cocchio avvolse, sparve La Diva, e Amor lasciò mesto, e dubbioso: Mentre agitato il Dio rendea palese Il tumulto del cor tra' varj affetti, Donna gli apparve, che avea raro e bianco Il crin, fiere le luci, e sparso il volto Di rughe, e di pallor: dal tetro aspetto Quello fuggir volea; ma ferma, e m'odi, La straniera gridò: seguirti sempre Io deggio, e turbar sempre i tuoi diletti; Questa ch'io serbo, onde appagar mie brame Nitida lente osserva, opra sublime Del vigile sospetto: i tuoi seguaci Vedranno in essa il caro oggetto, e grande Ognora il merto del rival felice: Volse a tai detti ver gli Amanti il passo La furia, e dietro a lei (strano corteggio!) L'odio, il furor, la tema, il reo consiglio Mossero pieni d'ira il piè veloce; Così talor se in Oriente sorge Orrido nembo, e rapido s'accende L'elettrico vapor, sugl'ubertosi Campi si scaglia, e seco trae fremendo La tempestosa grandine, e sdegnosi I venti urtan la querce, e il faggio antico. In grembo all'erbe, a' fior giaceva intanto Epimeteo gentile al sonno in preda: Era giuoco dell'aure il vago crine, Che or sul volto, or sul petto lievemente Cadea: di bella porpora vivace Pinto il labbro socchiuso sorridèa, Del suo tranquillo cor prova sicura; Tal si dimostra alla vermiglia Aurora, Allor che fugge di Titon gli amplessi, Il fior, che colorò d'Adone il sangue: Godea Pandora in rimirar le belle Forme del suo fedel quando improvvisa L'orrida Gelosia videsi appresso: Un gel sentissi al core intorno, e il pianto Il volto, il seno ad inondar le cadde Dalle meste pupille! ah fido amico Destati, disse, e l'empia Larva uccidi: Balza in piè, volge intorno il guardo irato Epimeteo in un punto, e nulla mira Che degno sia del suo furore oggetto; Ma un interno tumulto al sangue, a sdegno Lo sprona, e non fa donde a lui ne venga La smania insana, che gl'inonda il core. Non fu già questa la primiera, e sola Prova dell'ira, ond'era Giove acceso; Opra fu della Furia il crudo affanno, Ch'ebber le Ninfe in rimirar che invano I cari Amanti richiamavan meste Alle prime catene, al fuoco antico: Le neglette Beltà della foresta Erravan prive di conforto, e senza I fiori, onor di boschereccia fronte: Nell'alme semplicette un fiero sdegno Accese invidia cura, e in un momento Furor divenne, e già d'atro pallore Tinte cadevan vittime innocenti D'orrida Gelosia quando l'azzurro Occhio rivolse a lor Giuno superba Dal vasto Olimpo, e la pietade in lei Straniero moto ebbe possanza, e a quelle Opportuna mostrossi: al maestoso Divino aspetto, al portamento altero Ben riconobber le piangenti Ninfe Ch'era celeste abitatrice: ah Dea Gridaro allor, il più crudele affanno In noi dilegua! ogni Pastor ne fugge, D'una straniera alimentando il fuoco; Deh per pietà, Diva possente, altrove Rivolga i passi la Rivale audace; Odi i voti dolenti, e avrai sull'Are Grati profumi; e di ligustri, e rose Gruppi e corone! L'orgogliosa fronte Scosse la sposa del Tonante, e quindi Con un sorriso risvegliò la speme Delle supplici Ninfe: al chiaro fonte Tornate, disse, e la beltà natìa Accresca l'arte semplice, che Amore A tutte apprende: invan temete questa Bella nemica, che nell'ira il Cielo Produsse; ella è punita, e vendicate Già foste appieno: Giuno tacque, e all'Etra Tornò contenta ad insultar Ciprigna. Dappoi che schiusa l'Urna fu gli ameni Colli, i fioriti prati, i boschi ombrosi Tutta perdero la bellezza prima, Che Natura lor diè: produsse allora Il suolo la mortifera cicuta, E l'angue scorse, sibilando ascoso Fra l'erbe ruggiadose; ogni campestre Loco odiavan le Ninfe, e i Pastorelli, Non più ricetto del piacer, ma un tetro Soggiorno, ove col piè debile e tardo Moveasi Noja a tormentare ogn'alma. L'agitata Pandora, e il curioso Amante suo, sdegnando i rozzi alberghi, Per destino fatale entro le mura Di superba Città volsero il piede: Innocenza, candor posti in oblio, Miseri, a società trista fallace Ambo in preda si dier! novelli oggetti Destano idèe novelle: Eccelse moli, Sculti colossi e l'opre, e i nomi eletti Ad involar dal tardo oscuro oblio Viddero eretti: il vano Lusso molle Alla Moda leggèra assiso accanto Scorrea fastoso; e l'Ozio pigro, e lento Di Cerere nemico, e dell'industre Messaggiero di Giove avea seguaci Nel volgo men che in elevato stuolo. Schiera d'Amanti impetuosa, e folle Bramò dell'ammirabil Giovinetta La gradita conquista, e il molle sesso Dell'amabil Garzone ebbe desio: L'accorta Coppia, alunna ora di frode Ogni facile core, ogn'alma forte Sedusse, lusingò, vezzi, parole Talor mischiando a finti sdegni: nacque Allor la leggerissima incostanza, E gloria accrebbe d'Amatunta al Dio: Ogn'amator qual piuma all'aure in preda Volge ora a questo, ed ora a quell'oggetto Sue brevi cure e fedeltade chiama Uso, e costume di più rozza etade; Ape così di fiore in fior trapassa, E cangiando ritrova il suo diletto. Ma Giove, che dall'alto i più profondi Segreti ognora a suo voler penetra, Pago non fu di quel rossor, che a' Numi Tingeva il volto per l'idea funesta Dell'Urna, che di maggior possa è prova: Ei la vendetta estese ancora, e volle Pandora stessa vittima infelice Del suo giusto rigore: al Divin cenno, Per cui ruotano in giro gl'infiniti Mondi dell'Etra nello spazio immenso Con ordine mirabile, e costante, Sorse l'invidia, e il torbid'occhio volse Ver la Donzella, e seco eran menzogna, E frode, e tradimento orrido morbo, Di tumulto febril cagion fatale, Ogni bellezza le involò! giacèa Languida, mesta, di pallor coperta, Di pietà, di conforto affatto priva! Ah dove sono d'Amistà, d'Amore Tanti seguaci, che fedeli un tempo Di tua beltade ardendo al vago raggio, Givan superbi di seguir tuoi passi! Fuggir qual nebbia all'apparir del sole, Nè più ti resta, o misera Pandora, Che il tuo dolor! così languisce, e cade All'apparir del pigro Verno algente Delle piante la fronda, e tronco nudo Resta chi fu già onor del vago Autunno: Fugge pieno d'orrore, e di spavento Epimeteo da lei, che or langue, e pena, E il proprio fato avventurando a' flutti, Cangia clima, costumi, e giunge errando Al guado inevitabil d'Acheronte. Di Maia il figlio ebbe dolor del fiero Destino di Pandora, e a Giove porse Supplici voti in tali sensi: ah Padre Quando avran fin la tua vendetta, e l'ira! Se rei furo gli Dei, se reo son io Un Essere in produr sì vago, e bello, Mai però non t'offese l'infelice Figlia del nostro ardire: ah l'innocente Perchè langue così? Chi lei rimira Un ingiusto; un tiranno in te ravvisa, E lascia l'are tue neglette, e sole; No la funesta idea non si risvegli Dell'oppresso Saturno in ciel di nuovo; La tua clemenza sull'Olimpo splenda, E i benefici raggi estenda ancora Su' mortali infelici: abbiano i Numi Da te perdono, e calma abbia la Terra, E soccorso Pandora; o almen distruggi Un'esistenza che martìr divenne: Ogn'alma in te ripon sua speme, e brama Che il folgore in tua man sospeso resti: E che non può Facondia seduttrice Su labro accorto? Serenò la fronte, E gli astri allora scintillar più chiari, Sorrise il figlio di Cibele; hai vinto, Disse, Cillenio; di Pandora il duolo Fine abbia a tuo voler, che pago io sono. Lieto Mercurio sulla Terra venne, E a render di Pandora i giorni eterni, Con la possanza in lui da Giove infusa, Ogni sua cura volse: in un istante Un color misto di ligustri, e rose Pinse il bel volto, e interpreti sicuri Dell’alma gli occhi scintillar più vivi: Seco la trasse il messaggier d’Olimpo D’un colle al sommo verdeggiante, e quivi In Naiade cangiolla, e un chiaro fonte Per soggiorno le diè: sacre eran l’onde Al Nume d’Epidauro; agl’egri queste Porgevan salutifero vigore, Fugando i morbi dolorosi, e gravi, Di cui si lagna Umanità meschina; E fama è pur, che sieno al crudo affanno, Che produce d’Amor lo stral possente Antidoto sicuro: acque pregiate Ah perchè foste ignote all’infelice Piangente Saffo! se di voi sapèa La celeste virtù, negletto, oscuro Sarebbe ancor di Leucate il sasso.