Italian poem
Amenità di Reggio
by Michelangelo Naldi (1819–1863)
Di queste ultime forse itale sponde V’ha più vago paese? È quello il Faro, Ove da le voragini profonde Scilla e Cariddi fervono del paro Rapacemente, e su pel mar cangiante Quasi pinta ne appar l’ira estuante. Ve’ come, onda sovr’onda esagitata, Giù l’assidua marea si rompe e tuona, E in improvvisi abissi or si dilata, E d’improvvisi colli or s’incorona, Terror de’ naviganti. Ecco lo Stretto Di formidato ed ammirando aspetto! L’interfuso Oceàn parte gli Etnei Dal grembo del materno italo suolo: Per questa proda genïal, cui dei Preporre il singolar Bosforo solo, Guidan danze le Grazie, e più gentile Il puro aër balena al sol d’aprile. Ove tu volga il piè, fiori qui premi: Qui l’està sorridente obblia sua meta; Qui di soavi e gravidi racemi Avvolge Autunno la sua fronte lieta; Da questi inverni temperati e brevi Fugge remoto il gel, fuggon le nevi. Mentre voli coll’alma innamorata A l’Aretusio fonte, ecco le vette De l’Etna! Ecco Messina! Ecco la Fata, Che per sì varie guise i rai riflette Del sol nascente, quando l’alba estiva De le porpore sue veste la riva! Pe’ concavi del mare e pe’ convessi Specchi del ciel Morgana i rai sorgenti Mesce e tempera sì, che, pinte in essi, Salde dirai le imagini e viventi Di Glauco afflitto che d’amor ragiona, E di Zancle la bella, e di Catona. Mira portenti! E noi l’Euripo, e noi De l’Ermo aurato ammirïam la sponda, E Corinto che specchia i merli suoi Entro al duplice mar che la circonda, E Delo illustre, e Pafo, e Tempe ombrosa, Cullata da perenne aura odorosa? Quanto all’Idaspe glorïoso, oh quanto Questa proda sovrasta, e al cristallino Pe’ recessi Pimplei fonte del canto, Che da’ poeti ancor detto è divino! Qui le più fresche rose intreccia, o Flora, E dell’unica Reggio il vel ne indora! Guarda siccome pe’ vicini clivi L’alma città soavemente sale, E de’ colori più sereni e vivi La s’inghirlanda in maestà reale! Ve’ con che vezzo le sue braccia aperte A l’onda Ionia e al mar sican converte! Ella somiglia a un arbore lucente Che per l’aere spanda i rami d’oro, Ed intorno al cui piè l’onda corrente Volga in gelidi gorghi il suo tesoro; Arbor che a tempo al provvido cultore Renderà frutto di soave odore. E mai non perde de le fronde il vezzo, E gareggian di poma i suoi cederni, Nè langue adusta de la state al mezzo, Nè langue al gel de’ ricorrenti inverni; Che se pur l’austro violento e diro Ne rompe l’aër col suo rauco spiro, Unqua di Borea non estingue il gelo Le sue lascivïenti aure amorose. E quando il suol sotto quest’aureo cielo Al novo april s’imporpora di rose, L’arancio in fior, che tutte empie le sponde, Da le nivee corolle incensi effonde. Qui la villa gentil di Musitano, Che a nessun’altra invidiar potria, Fiori approdati da paese estrano, O schiusi a questa dolce aura natia, De la innata beltà sorvanza il segno Per le industrie dell’arte e dell’ingegno. O Villa di Valerio, o Bagno ameno, O caro ostello, ed a le muse amico! O Leucopètra, o trarupato seno, Indizio ancor di cataclismo antico, Tu gl’immertati ignivomi furori Del fulmineo gigante anche deplori! O nepoti di Roma, o voi che molte Glorie v’imprometteste oltre l’avita, De la villa Valeria a le insepolte Reliquie or date nuovo lustro e vita, E a l’appia via che tanto suol rigava, Ed a’ sacri di Roma atrii piegava. O Terra avventurata! O d’ogni bene, O di tutti i tesor colma da Dio! Paolo, che a le fatali itale arene Primo i portenti de la fede aprio, Terra felice, a’ figli tuoi primiero Temprò l’ingegno ne l’eterno vero; Quando le truci per crüor materno D’Oreste ei ruppe espïatorie tede, Ed una luce, cui dal ciel superno Per forza ei trasse de la nuova fede, Sovra colonna, ornai vetusta, ei mise, Ed ogni cor maravigliando arrise. Ed or qui l’eco di consorti squille Suol ne la notte rammentar la morte Con cento tocchi a le dormenti ville; Ed allor che il meriggio arde più forte Con altrettanti da le torri invita Del pasto usato a confortar la vita. E quivi, ond’oggi supplici concenti Da serafico chiostro ergonsi a Dio, Divorato dall’impeto de’ venti Un solingo cipresso un dì fiorio, A cui le genti ivan piegando intorno Innanzi all’ira barbaresca un giorno. Ma già di sangue inespïato oscure L’arme di que’ terribili corsari, Quasi trofeo di belliche venture, Pendon da’ templi e da’ tranquilli altari... Eterno Iddio! Tu, la cui man rinserra I destini del cielo e de la terra, Cure, affanni, ed ogni altra opra nefanda Da questa bella regïon rimuovi; Sì che quanto la terra e il mar le manda In tutta pace rifruir le giovi: Tu fra le spire di miglior catena Il suo vicino Encelado raffrena, Perchè di nuovo questo suol beato Non balzi a l’urto del terribil piede!... D’ogni bell’opra il fior guarda rinato In questo popol di Giapeto erede; Ed un’età, cui nè proposto audace, Nè demenza maggior turbò la pace, Di sua mitezza esulterà fra poco, E de’ veggenti il provvido pensiero Securo passerà di loco in loco Degli ardui studi ad allargar l’impero, E l’abbondanza verserà maggiori Su le bruzie campagne i suoi tesori.