Versos Italian Pietro Bembo Ben ho da maledir l'empio signore

Italian poem

Ben ho da maledir l'empio signore

by

Listen in the reader

Ben ho da maledir l’empio signore, che d’ogni mio penser vi fece obietto, e quante voci in procurarvi onore m’uscir da indi in qua giamai del petto, e i passi, sparti voi seguendo, e l’ore, spese a vostr’uso piú che a mio diletto, e ‘l laccio, ond’io fui stretto,

quando ‘l ciel non potea d’altro legarme: poi che di tanta e così lunga fede ognior più grave oltraggio è la mercede.

Ahi quanto aven di quello, onde si dice: chi solca in lito, perde l’opra e ‘l tempo. Ogni frutto si trae da la radice, ma non aprono i fior tutti ad un tempo. Già fu, ch’io m’ebbi caro e gir felice sperai solo per voi tutto ‘l mio tempo; né giamai sì per tempo a ripensar di voi seppi destarme, né Febo i suoi destrier sì lento mosse, che ‘l giorno al desir mio corto non fosse.

Or veggo e dirol chiaro in ciascun loco: oro non ogni cosa è, che risplende. Un parlar finto, un guardo, un riso, un gioco spesso senz’altro molti cori accende. Mal fa, chi tra duo parte onesto foco e me del vezzo suo nota e riprende, e chi l’amico offende coprendo sé con l’altrui scudo et arme, e chi, per inalzar falso e protervo, mette al fondo cortese e leal servo.

Alcun è che de’ suoi più colti campi non miete altro che pruni, assenzo e tosco e gente armata, ond’a gran pena scampi; altri si perde in raro e picciol bosco; ad altrui ven ch’ad ogni tempo avampi, e altri ha sempre il ciel turbato e fosco. Non sia del tutto losco, chi d’esser Argo a diveder vol darme. Mal si conosce non provato amico, e mal si cura morbo interno antico.

Ma sia che pò: dopo ‘l gelo ritorna la rondinetta e i brevi dì sen’vanno; in ogni selva egualmente soggiorna libero augello, e tal par grave danno, che poi via maggiormente a pro ne torna. È gran parte di gioia uscir d’affanno. Più che dorato scanno, può la stanchezza un bel cespo levarme; né di diletto i poggi e la verd’ombra men che logge e teatro il cor m’ingombra.

Poi che ‘l suon tace, è tolto a gran vergogna per breve spazio ancora essere in danza. Ebbi già per ben dire agra rampogna; or altri in mal oprar se stesso avanza. Odesi di lontano alta sampogna, e nulla teme, chi non ha speranza. Fuggir è buona usanza, s’uom non è mago o non sa il forte carme, fera, ch’a rimirar dolce e soave lo spirto e ‘l dente ha venenoso e grave.

Di nessun danno mio molto mi doglio: godo la buona sorte, e se la ria m’assale, i desir miei sparsi raccoglio e me ricovro a la virtute mia. Né vostra pace più, né vostro orgoglio dal suo dritto camin l’alma desvia. Chi vòle in mar si stia, e ‘l legno suo di speme non disarme; ch’io, del mal posto tempo e studio accorto, fuggo da l’onde ingrate e prendo il porto.