Versos Italian Sennuccio del Bene Da poi ch'i' ho perduto ogni speranza

Italian poem

Da poi ch'i' ho perduto ogni speranza

by (1275–1349)

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Da poi ch’i’ ho perduto ogni speranza Di ritornare a voi, madonna mia, Cosa non è nè fia Per conforto già mai del mio dolore. Non spero più veder vostra sembianza, Poi che fortuna m’ha chiusa la via Per la qual convenìa Ch’io ritornassi al vostro alto valore; Ond’è rimaso sì dolente il core Ch’io mi consumo in sospiri et in pianto; E duolmi perchè tanto Duro, che morte vita non m’ha spenta. Deh che farò! chè pur mi cresce amore E mancami speranza d’ogni canto. Non veggio in quale ammanto Mi chiuda, chè ogni cosa mi tormenta; Se non ch’io chiamo morte che m’uccida, Et ogni spirto ad alta voce il grida. Quella speranza, che mi fe lontano Dal vostro bel piacer che ogn’or più piace, Mi si è fatta fallace Per crudel morte d’ogni ben nemica. Ch’Amor, che tutto dato in vostra mano M’aveva ed ha per consolarmi in pace, Di consiglio verace Fermò la mente misera e mendica In farmi usar dilettosa fatica. Per acquistare onor mi fe partire Da voi pien di desire Per ritornar con pregio e in più grandezza. Seguii signor che, s’egli è uom che dica Che fusse mai nel mondo il miglior sire, Lui stesso par mentire; Chè non fu mai così savia prodezza: Largo prudente temperato e forte, Giusto più ch’uom che mai venisse a morte, Questo signor creato di giustizia, Eletto di virtù tra ogni gente, Usò più altamente Valorìa d’alma più ch’altro che fosse. No’l vinse mai superbia od avarizia; Anzi l’avversità ’l fece potente, Chè magnanimamente Ei contrastette a chïunque il percosse. Dunque ragion e buon voler mi mosse A seguitar signor cotanto caro. E se color fallaro Che fecion contra lui a lor potere, lo non devea seguir le false posse. Vennimi a lui, fuggendo il suo contraro: E perchè ’l dolce amaro Morte abbia fatto, non è da pentere; Chè ’l ben si dee pur far perch’egli è bene, Nè può fallir chi fa ciò che conviene. È gente che si tiene onore e pregio Alcun ben che a lor venga per ventura; Onde con poco cura Mi par che questi menìn la lor vita. Chè non adorna petto l’altrui fregio, Ma quant’uomo ha da sè per sua fattura Usando dirittura Questo si è suo, e l’opera è gradita. Dunque qual gloria a nullo è stabilita Per morte di signor cotanto accetto? No’l vede alto intelletto Nè savia mente nè chi ’l ver ragiona. O alma santa in alto ciel salita, Pianger devrìati nemico e soggetto, Se questo mondo retto Fusse da gente virtuosa e bona; Pianger la colpa sua chi t’ha fallito, Pianger la vita ognun che t’ha seguìto. Piango la vita mia, però che morto Sei, mio signor, cui più che me amava E per cui io sperava Di ritornar dov’i’ sarìa contento: Et or senza speranza di conforto Più ch’altra cosa la vita mi grava. O crudel morte e prava, Come m’hai tolto dolce intendimento Di riveder lo più bel piacimento Che mai formasse natural potenza In donna di valenza, La cui bellezza è piena di vertute! Questo mi hai tolto: ond’io tal pena sento. Che non fu mai sì grieve condoglienza; Chè ’n mia lontana assenza Già mai vivendo non spero salute, Ch’egli è pur morto ed io non son tornato; Ond’io languendo vivo disperato. Canzon, tu te n’andrai dritta in Toscana A quel piacer che mai non fu il più fino; E fornito il cammino Pietosa conta il mio lamento fero. Ma prima che tu passi Lunigiana Ritroverai ’l Marchese Franceschino; E con dolce latino Gli di’ che alquanto ancora in lui spero; E, come lontananza mi confonde, Pregal ch’io sappia ciò che ti risponde.