Versos Italian Silvio Stampiglia Tornava, allor che in Ciel sorgean le stelle

Italian poem

Tornava, allor che in Ciel sorgean le stelle

by (1664–1725)

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TOrnava, allor che in Ciel sorgean le stelle, Dalla Città vicina, in cui portai Gli uccisi figli delle negre agnelle. Giunto all’ovile mio, dentro mirai Della capanna assise al fuoco intorno Ninfe degli astri più leggiadre assai. Queste col volto onestamente adorno A i lor vezzosi Pastorelli accanto Stavano sospirando il mio ritorno. Dorinda mia, che tra le Belle ha il vanto, Vistomi appena, incontro a me sen venne, Dicendo: oh Dio, perchè tardasti tanto? E che facesti mai? che mai t’avvenne? Ma forse un dì saprollo: oh te infelice, Se qualche Ninfa i passi tuoi rattenne. Della costanza mia temer non lice, Rispondo allora; e intanto ogni Pastore, Ed ogni Ninfa ni saluta, e dice: Ti salvi, o Palemone, il Cielo, e Amore. Ti salvi, Amore e il Ciel ripiglio anch’io, E con Dorinda mia salvi il mio cuore. Ditemi, poi soggiunsi, e qual desìo Vi trasse ad onorar così di sera Questo povero vil tugurio mio? Rispose Uranio: Uscita ancor non era La pigra notte del Cimmerio speco Coll’ombra sua caliginosa, e nera; Che queste Ninfe, e quei Pastor quì meco, Perchè tardi si desta in Ciel l’Aurora, Vennero se t’aggrada, a vegarli teco. Lieto gli accolgo, e a far la mensa allora Lauta più dell’usato, un’agna io sveno, Che pascer non sapea sui prati ancora, L’erbe scegliendo già postesi in seno La Pastorella mia, colte da lei Tra l’onde chiare d’un ruscello ameno. Empio di latte poi sei tazze, o sei; E delle cene mie gli arnesi io prendo Che solo uso ne’ dì sacri agli Dei. Candido lino indi sul desco io stendo; E intanto già sovra l’accese brace L’agnelletta svenata Ilavolgendo. Quel Pastor, quella Ninfa or parla, orace, E chi tra lor non favoleggia, io miro Che fa sovente il guardo esser loquace, Tutti alfine alla mensa assisi in giro Dissi: di questi cibi è parco il dono, Che non forze eguali al mio desìro. Non venni eletto alle ricchezze e al trono, Ma non chiamo le Stelle, ingiuste, e rie, Che di mia povertà contento io sono. Traggo poscia un liquor, che alle natìe Fertili piagge di Liguria suole Nascerfamoso dalle viti mie. Ne colmo il nappo; e come Clizia al Sole Così fiso all’armata opposta immagò Prorompe Alessi in simili parole Non so se sia più prezioso il Tago Di così biondo umor; ma il tuo crin d’oro E di questo, e di quello è assai più vago Tutte le Ninfe il fino aureo tesoro Vantar di Delia: ed ella in tanta lode Socchiuse i lumi, ed inchinossi a loro, Ei beve, e Tirsi con occulta frode Parte della sua cena allor gl’invola, Poi mostra il furto, e se ne ciba, e gode. Ila col cenno d’una luce sola Saluta, pria di ber l’aurate stille, Ninfe, a cui sempre il suo pensier sen vola. Ella, che pari a lui nutre faville, Risponde al cenno del Garzon, che l’ama Con un moto soave di pupille. Tutto pensoso a quanto dire ei brama Empie un calice Uranio, e lieto poi A me rivolto in queste voci esclama: Scendan gli Dei dal Ciel quaggiù tra noi Per sentir se l’ambrosie eterne, e chiare Hanno pregio maggior de’ vini tuoi. Taci, diss’io, che di bellezze rare Pur sempre vaghi; e quì venendo i Numi Rapirebbono a noi Ninfe sì care. Troppo, o Pastor, troppo di noi presumi, Filli parlò, quando con pure voglie Fisse in Licori sua Sirago i lumi. Un sorso di liquor dal nappo ei toglie; Indi si ferma, e in placido tenore La saggia lingua in tali accenti scioglie: Di questo, che dolcezze entro il mio cuore Distilla, un giorno, in santi nodi avvinto, Lambire io spero un nettare migliore. Cuopre ella di rossore asperso, e tinto Colla bianca sua palma il volto e muove Un riso, ov’è del cuore il gaudio pinto. Rendemmo al fine umili grazie a Giove, E coll’ambrosia, che in Liguria nacque, Pan salutammo tutti in rime nuove. Solo alle Ninfe mai gustar non piacque Delle mie vigne la stillata manna Che non sogliono bere altro che l’acque. Sorse, e l’uve, ed i pomi alla capanna Dall’Autuno già scorso in alto appesi Colse Dorinda mia con fragil canna Con atti semplicissimi, e cortesi Ella gli offerse alle sue care Amiche, Ed esse a quei, ch’erani di loro accesi. lndi a vegliar le Giovani pudiche Sen giro ad una ad una appresso al fuoco Accinte alle domestiche fatiche, I fidi Amanti allor postisi in loco e Vicino alle onestissime Donzelle, Or narrano una sola, or fanno un giuoco. Dorinda intreccia piccole fiscelle, in cui talor colle sue mani stesse Condensa il latte delle munte agnelle, Filli, che per suo sposo Uranio elesse, Avvolge al naspo i già filati stami, Ond’ella poi tele non rozze intesse. Con tenaci, e finissimi legami Licori ordisce un’ingegnosa rete, Che imprigiona gli augei resa tra i rami. Licori è quella, il di cui nome a Lete Siralgo tolse, e col suo strale incise In ogni verde mirto, in ogni abete. Velina poi, che sempre adlla arrise, Col crine in bel disordine confuso Laceri veli a risarcirsi mise. Clori a Tirsi fedel, come la per uso, In stami sottilissimi traea Il bianco lin dalla conocchia al fuso. Rusti o scettro al manco lato, avea Delia d’Alessi amante amata, in cui Filo di molle acciar talor ponea Con questo, e dui simili ferri e dui, Velocemente ella fornando giva L’opera industre de lavori sui: E mentre maglia a maglia in quelli univa Con spessa, e minutissima catena, Spoglie di lana alle sue piante ordiva. Intanto al suon d’una incerata avena. Così sparse da me furon le prime Note all’opra di lei, che mi dà pena: Fortunate ginestre, Che l’idol mio colle sue mani belle Ora intreccia in fiscelle; Intorno al suo lavoro Gite spiegando i vostri fiori d’oro. Coronate il candore Di quelle mani intatte, Di cui quello del latte - è assai minore: Ma l’uno, e l’altro cede A quel dell’amor suo, della mia fede. Poscia della sua Ninfa in queste rime Canta Uranio il lavoro, e grave in volto Al suon della zampogna i versi esprime. Filli, che al naspo aggiri Stami, con cui poscia tu forma i veli, Onde il seno ti celi; Pietosa a’ miei martiri, Giacchè il mio tu ferisci, Le fasce almen alle mie piaghe ordisci. Indi Siralgo all’Idol suo rivolto Sù l’armonia del rustico stromento Così cantare, in sè composto, ascolto: Lascia, amata Licori, D’ordir le reti a imprigionar gli augelli: A far preda de’ cuori Bastano solo i tuoi neri capelli. Chi può fuggir da quelli, Se l’alme in dolci modi Col guardo alletti, e poi con essi annodi? All’amata cagion del suo tormento Girando poi furtivamente il guardo Ila proruppe in tuono basso, e lento: Velina, il mio bel Nume Punge lacere tele, e le risana, E sol meco inumana Collo stral de’ suoi rai. M’impiaga sempre, e non mi sana mai: E col sereno lume Se talvolta al mio duol pietosa arride, In vece di sanarmi allor m’uccide., Tirsi così con modo or presta, or dardo, Vezzosamente aprendo i labbri al riso Cantò all’arciera del fatal suo tardo. Clori, se avesse dato Alle tue mani il Fato Di poter trar i fil de’ giorni miei, O eterno io quì vivrei Se tu qual Dea vivessi eterna ancora; O morrei solo allora, Che in Ciel ti richiamassero gli Dei. Dolce sarìa la sorte E di vita, e di morte; Perchè con gioje estreme Vivremmo amanti, e poi morremmo insieme. Posto il piè manco sovra il destro, assiso Presso Delia vezzosa Alessi amante, Disse così, tutto sereno, in viso:. Unendo stami a stami Con attorti legami Le belle piante a rivestirt’adopri. Delia, se non le cuopri, O in selva, o in riva, o in balza, Qualor vi passi scalza Ne’ crudi anche del verno aspri rigori, Fai tu ben pallulare erbette, e fiori; Così ch’io dico, ove con giglj, e rose D’intempestivo Aprile Cespo gentile - germogliar si vede, Di quà Delia passò, quì pose il piede. Finito il canto, alla sua Ninfa avante Lieto ogn’uno, danzando a suon di piva, All’uso pastoral muove le piante. Con mormorio di voce alta, e guliva, Viva, gridiamo, e dir più volte sode Fuori della capanna: e viva, e viva, Questi era Alfesibeo nostro custode, Speme d’Arcadia, che non suda invano Per farsi degno d’un’eterna lode, A pro l’uscio, ed entrar seco il germano Veggio di Alessi, il più serio Pastore, E tra i miei cari Amici amico Ircano. Ei disse: è sorto in Cielo il primo albore, E ancor vegliate? Oh come mai rivolge Ratto al par di sue gioje il tempo Amore! Intorno a noi poi si raggira, e volve, E di paglie intessute aperta un’urna, Offre a ciascun l’erbe ridotte in polve. L’aurora intanto colla luce eburna, Non anco sparsa di vermiglie rose, Dileguandosen ga l’ombra notturna. Un gallo all’altro in ogni vil rispose, Ecoll’amate due fide Compagne Stanca a Dormir Dorinda mia si pose; E noi partimmo tutti a pascer l’agne.