Versos Italian Teofilo Folengo Prefazione

Italian poem

Prefazione

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Or pervegnuti siamo al centro confusissimo di questo nostro Caos, lo quale ritrovasi ne la presente seconda «selva» di varie maniere d'arbori, virgulti, spine e pruni mescolatamente ripiena, cioè di prose, versi senza rime e con rime, latini, macaroneschi, dialoghi, e d'altra diversitade confusa, ma non anco sí confusa e rammeschiata che, dovendosi questo Caos con lo 'ntelletto nostro disciogliere, tutti gli elementi non subitamente sapessero al proprio lor seggio ritornarsi.

Caos.

TRIPERUNO.

D'errori, sogni, favole, chimere, fantasme, larve un pieno laberinto, ch'un popol infinito, a larghe schiere, assorbe ognora, tien prigione e vinto, voglio sculpir non ne l'antiche cere, non ne le nove carte; anzi depinto di lagrime, sudor, di sangue schietto avrollo in fronte sempre o 'n mezzo 'l petto.

«Tria sunt difficilia, quarum penitus ignoro: viam aquilae in coelo, viam colubri super petram, viam viri in adolescentia sua». ECCLES.

In fronte o 'n mezzo 'l petto, ovunque io perga, terrò qual pellegrino mie fortune; datimi, o muse, una cannuccia o verga, ch'io, scalzo e cinto ai fianchi d'aspra fune, veda come 'l sol esca e poi s'immerga ne l'Oceàno, e come ardendo imbrune qua li etiòpi e lá di neve imbianchi tartari e sciti del bel raggio manchi.

Ma poi che di mia sorte il duro esempio mostrato abbia del mondo in ogni clima, fia cosí noto, appeso in qualche tempio od in polito marmore s'imprima, che chi mirando 'l cosí acerbo ed empio, considri ben qual sia buon calle, prima che l'un d'ambi sentieri d'esta vita si metta entrare a l'ardua salita.

«Me tabula sacer | votiva paries indicat uvida | suspendisse potenti | vestimenta maris deo». HORAT.

Oh, ben saggio colui che 'l suo dal mio voler avrá diverso ne' prim'anni di nostra sí dubbiosa etade, ch'io volendo scorsi ne' miei stessi danni, travolto in vie sí alpestri dal desio, ch'anco ne porto il viso rotto e' panni, fin che mia sorte, poi che assonto in alto m'ebbe, giú basso far mi fece un salto!

TRIPERUNO.

D e l'innocente ninfa l'aurea etade, I l bel giardino, le colline, i fonti V annosi omai, ché 'l tempo invidioso I n un istante quelli s'ingiottisse.

Pueritia.

«Damnosa quod non imminuit dies est». HOR.

B andito dunque sol per l'altrui fallo, E rrava quinci e quindi ove pur l'alma N atura mi torcea con fidel scorta. E ra quella stagion quando Aquilone, D a l'iperboree cime sibilando, I n vetro i fiumi, in latte cangia i monti; C ácciomi dentro un bosco tutto solo; T anto vi errai, ch'al fine mi compresi I n le capanne de' pastori giunto.

Lex naturae, quae omnia in medium ponit.

R iposto s'era Febo drieto un colle, E la sorella con sue fredde corna G iá percotea le selve ed ogni ripa. V ago di riposarmi su lor fronde, L a porta chiusa d'una mandra i' batto: A l sesto e nono cenno fummi aperto.

Pulsanti aperitur, Evangelio teste.

S tarsene quivi ben rinchiusi e caldi V idi quei pegorari, al foco intorno, B ere acque dolci e pascersi de frutta.

Q ual stato mai per che si sia sublime, V'ha pare al pastoral di contentezza? A ltri di strame rifrescar ed altri M onger vidi gli armenti, altri purgarli.

I ntenti ancor son altri gli agnelletti P ortar di luogo a luogo e ritornarli S otto lor madri, ed altri con virgulti E gionchi acuti tessono sportelle.

M a parte ancora, di piú verde etade, I ntenti sono a giovenili giochi, L otte, salti diversi e slanzar dardi. I n altra parte s'usan dicer versi, T occar sampogne e contrastar di rime. A ltri, de' piú attempati, di lor gregge T rattano, s'han piú spesa che guadagno. V adon e riedon altri, piú robusti, R icercando le mandre, ove ben spesso V olpe, lupi selvaggi e piú gli umani S oglion discommodar lor santa pace.

«Apparet nullam aliam spem vitae homini esse propositam nisi ut, abiectis vanitatibus et errore miserabili, Deum cognoscat et Deo serviat». LACT.

I n ogni lor impresa vanno lieti, A mandosi l'un l'altro con gran fede, M ercé che 'l capo lor sa l'arte a pieno.

I vi raccolto fui nel dolce tanto N umero lor e fatto di sua prole. G iá in mezzo al corso di sua lunga via R otavasi la notte, passo passo: E cco, dal sommo d'una capannella, D ove molti pastori guarda fanno I nsieme al grande armento con lor cani, O desi, dentro una mirabil luce, R esonar canti e dolce melodia.

Iam per reminiscentiam, ingruente rationis aetate, homo suam in se recolit naturam et dignitatem.

P orgon l'udita e sentono che--Gloria I n excelsis--dicean i bianchi spirti; E d avvisati dove 'l Salvatore N asciuto giace, lá, con allegrezza T osto da noi partiti, s'avventaro I n quella banda che fu lor mostrata. S ol io ritratto in parte for de gli altri S edevami pensar tal novitade, I n fin che, ritornati, cose orrende, M ai non udite piú, d'un fanciullino A noi contaron di stupor insani.

E cco, senza far motto alcun ad elli, T utto soletto quinci mi diparto,

«Tu autem quum oraveris intra in cubiculum tuum, ubi, clauso ostio, patrem tuum in abscondito ora». Evang.

E sollevando gli occhi al ciel sereno V idi una stella rutilar fra l'altre, A nti scorgendo sempre il mio sentero, N é mai fermossi fin che al santo loco G iunto non mi vedesse e poi smarritte; E d una voce ancor dal ciel mi venne, L a qual dicea:--Felice criatura, I o son quella verace e schietta donna C he vai cercando in terra e stommi 'n cielo. A ltea mi chiamo: or entra qui sicuro.--

Veritas in coelo moratur, quia omnis homo mendax.

E poi ch'ebbe parlato, un bel concento S'udiva d'arpe, cetre, plettri e lire. T acendo poscia, fu non so chi disse: