Italian poem
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Poi che non spira al mio soave foco, Amor, come solea, placida l’aura, Chi temprerà quest’amorosa fiamma? Qual troverò solinga e chiara fonte Cinta di lauri o quale ombroso rivo, Mentre io mi sfaccio a sí lucenti raggi? Ahi! soavi ben fûro e dolci i raggi Ch’acceser già ne l’alma il dolce foco, Struggendo il gelo interno il caldo rivo E movendo i sospiri a guisa d’aura, Mentre d’ogni pietà la viva fonte Diè qualche refrigerio a tanta fiamma. D’Etna somiglia pur l’accesa fiamma O di Fetonte travïato i raggi, Quando s’ascose ne l’occulto fonte Il Nilo per fuggir l’ardente foco, Né da l’Istro o dal Reno o vento od aura Soffiar potea non che da secco rivo.
Che giova, oimé, versar nel seno un rivo, Se cresce al suo stillar la crudel fiamma E de’ lamenti miei s’accende a l’aura? Se non manca omai l’esca a questi raggi, Io fontana sarò di vivo foco, Né mi varrà ch’io mi converta in fonte. Perché la dolce mia tranquilla fonte Piú non mi scampi o fiume algente o rivo, Fuggirò il foco in mezzo al novo foco, E le mie fiamme struggerà la fiamma Che nacque in me da gli amorosi raggi Mentre io gioiva il seno aprendo a l’aura. O lauri, o palme, ove giacendo a l’aura Per dolcezza languiva; o bella fonte, In cui già vidi tremolare i raggi; O solitaria chiostra, o vago rivo; S’io trovo ancor quella mia cara fiamma Tra i fiori e l’erbe ov’è sparito il foco! O s’estingua il mio foco o spiri l’aura, O s’adombrino i raggi o cresca il rivo, E se scalda la fiamma instilli il fonte.