Versos Italian Ugo Foscolo Versi

Italian poem

Versi

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I placidi cercai poggi felici, Che con dolce pendio cingon le liete Dell’Eupili lagune irrigatrici;

E nel vederli mi sclamai: salvete, Piagge dilette al ciel, che al mio Parini Foste cortesi di vostr’ombre quete;

Quando ei fabbro di numeri divini L’acre bile fe’ dolce, e la vestia Di tebani concenti e venosini.

Parea de’ carmi tuoi la melodia Per quell’aure ancor viva, e l’aure e l’onde E le selve eran tutte un’armonia.

Parean d’intorno i fior, l’erbe, le fronde Animarsi, e iterarmi in suon pietoso: Il cantor nostro ov’è? chi lo nasconde?

Ed ecco in mezzo di ricinto ombroso Sculto un sasso funébre che dicea: Ai sacri mani di Parin riposo.

E Donna di beltà che dolce ardea (Tese l’orecchio, e fiammeggiando il Vate Alzò l’arco del ciglio, e sorridea)

Colle dita venia bianco-rosate Spargendolo di fiori e di mortella, Di rispetto atteggiata e di pietate.

Bella la guancia in suo pudor; più bella Su la fronte splendea l’alma serena Come in limpido rio raggio di stella.

Poscia che dati i mirti ebbe a man piena, Di lauro che parea lieto fiorisse Tra le sue man, fe’ al sasso una catena.

E un sospir trasse affettuoso, e disse Pace eterna all’Amico: e te chiamando I lumi al cielo sì pietosi affisse,

Che gli occhi anch’io levai, certa aspettando La tua discesa. Ah qual mai cura, o quale Parte d’Olimpo ratteneati, quando

Di que’ bei labbri il prego erse a te l’ale? Se questa indarno l’udir tuo percuote, Qual altra ascolterai voce mortale?

Riverente in disparte alle devote Ceremonie assistea, colle tranquille Luci nel volto della Donna immote,

Uom d’alta cortesia, che il Ciel sortille Più che consorte, amico. Ed ei che vuole Il voler delle care alme pupille,

Ergea d’attico gusto eccelsa mole Sovra cui d’ogni nube immaculato Raggiava immemor del suo corso il sole.

E Amalia la dicea dal nome amato Di costei, che del loco era la Diva, E più del cor, che al suo congiunse il fato.

Al pio rito funébre, a quella viva Gara d’amor mirando, già di mente Del mio gir oltre la cagion m’usciva.

Mossi alfine, e quei colli, ove si sente Tutto il bel di natura, abbandonai L’orme segnando al cor contrarie e lente.