Italian poem
VI
by Vincenzo Monti (1754–1828)
Che? già il verno t’appressa al Sabin foco, Basso, e le corde a grave plettro avvivi? Cantor mirando dell’antiche e prime Cose al suon maschio di latina cetra, Poi d’amor giovanili, e vecchj egregi Con istil casto. A me tepe la Ligure Spiaggia, e sverna il mio mar, là dove sporgono Scogli immensi, e in gran seno il lido avvallasi. Uopo è veder di Luni il porto, amici Ennio il vuol, dacchè in sogno ei Quinto Omero Non è più da pavon pittagoreo. Quì nè calmi del volgo, nè dell’Austro Dannoso al gregge; nè il vicino campo Del mio più pingue invidio, e s’anco tutti Arricchiscano i vili, io non vo’ curvo Invecchiarmi per questo, e cenar magro, Nè in boccal muffo dar nel bollo il naso. Altri altro pensi: un astro crea gemelli D’umor vario. L’un furbo, il natal solo, Compro un dito di salsa, unge erbe secche Rorandole di sacro pepe; e l’altro
Sciupa un tesor splendido sciocco. Io n’uso Io sì, ma lauto non dò rombi al servo, Nè gustar so de’ tordi il sapor fino.
Spendi quanto è il ricolto, e tutto il macina; Che temi? il puoi: lavora; e l’altro erbeggia.
— Ma chiede aita l’amico che naufrago Salvossi ai Bruzj, e i sordi voti e tutto Seppellì nell’Ionio. Ei giace a riva Co’ gran Dii della poppa, e il mergo scontra Del pin rotto gli avanzi. — Or dunque intacca Il capital; sii largo, ond’ei non giri Pinto in azzurro. — Ma, se il fo, la cena Funebre irato obblia l’erede, e fetide Dà l’ossa all’urna, il cinnamo svanito Non curando, e le casie amarascate. Dirà: se’ sano, e sprechi? A dritto grida Bestio a’ Sofi: ecco il frutto del venutoci Con palme e pepe oltremarin sapere: Viziár coll’unto il macco anche i villani.
— Oltre il rogo ciò temi? Or tu mio rede, Qualunque ti sarai, due motti a parte. L’Imperador, nol sai? mandato ha il lauro Per grande rotta de’ Germani. Il freddo Cener dell’are è scosso; ed armi al tempio Cesonia appresta e regj ammanti e rance Giubbe a’ prigioni e cocchi ed alti Belgi. Per sì bel fatto cento coppie ai numi
Offro, e al Genio del Duce. Osa impedirlo! Guai se fiati. Alla plebe olio e pan-carne Darò. Il vieti? ti spiega. Abbiam quel campo Vicin, vuoi dirmi, ancor sassoso. Orsù.
Nè cugina io non ho, nè pronipote, Nè zia paterna; la materna è sterile, Niun dell’ava riman. Vo’ alle Boville, Se mi secchi, e all’Ariccia, e scrivo erede Manio. — Un oscuro? — Se mi chiedi il quarto Mio padre, a stento troverollo. Ascendi Ancor due gradi, e oscuro è il ceppo. Or Manio Può star, che scenda dal maggior mio nonno.
Tu, più prossimo, a che nel corso or chiedermi La lampa? Dio Mercurio a te vengh’io Con la borsa: la vuoi, o non la vuoi?
— Manca alcun chè. — Per me l’ho speso: il resto Qualunque è tuo. Di Tadio non cercarmi Il legato, nè farmi il padre adosso, Col dir: sparmia la sorte, e spendi il frutto.
— Ma che resta? — Che resta? Ehi, ragazzo, ungi, Ungi più l’erbe. A me, le feste, urtica, E teschio appeso per l’orecchie al fumo? E d’oca entragni al mio nipote, ond’egli Con palpitante e vagabonda coda Pisci in conno patrizio? Io scheltro, ed esso Tremante per grassezza epa di prete?
Vendi or l’anima al lucro, e merca e fruga Ogni angolo, e niun meglio ingrassi e traffichi Dal rigido cancello i Cappadoci. Doppia il censo: il doppiai; già è triplo e quartuplo E decuplo. Fa punto; e fia trovato, Crisippo, il finitor del tuo sorite.